L’ultima mossa di Magyar: sospendere i fondi ai media pubblici prima ancora di insediarsi
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Redazione Esteri
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La transizione del potere a Budapest si tinge immediatamente di contraddizioni, se è vero che il primo annuncio del futuro governo – pur dichiarandosi fautore del ritorno alla “normalità europea” – riguarda la messa a tacere delle radiotelevisioni pubbliche. Péter Magyar, il leader del partito Tisza che ha inflitto una sconfitta storica a Viktor Orbán, ha scelto i microfoni e le telecamere di quelle stesse emittenti – da lui definite “macchina di propaganda goebbelsiana” – per annunciare una stretta che sa più di epurazione che di riforma. L’obiettivo dichiarato, come riportato dalle agenzie, è secco: sospendere i servizi di informazione pubblici e bloccare i finanziamenti statali finché non verrà “ripristinato il loro carattere di servizio pubblico”, un verdetto che Magyar intende emettere in prima persona una volta insediato.
In quella che è stata la sua prima, rovente intervista rilasciata al canale M1, il futuro premier non ha usato mezzi termini, rinfacciando ai giornalisti presenti di averlo ignorato per un anno e mezzo, di aver mentito sui suoi figli e di essersi trasformati in megafoni del precedente esecutivo. “Non vi ho mai visti interrompere il primo ministro più corrotto e bugiardo che ci sia mai stato”, ha tuonato, guardando dritto negli occhi chi per anni ha legittimato l’operato di Orbán. La mossa, che arriva mentre il partito Tisza si prepara a ricevere ufficialmente l’incarico di formare il governo ai primi di maggio, rischia di incrinare il clima di distensione con Bruxelles; una capitale europea che, pur esultando per la caduta del regime illiberale, guarda con sospetto a minacce dirette alla libertà di stampa, uno dei pilastri dello Stato di diritto che Magyar dice di voler ripristinare per sbloccare i 18 miliardi di fondi congelati.
La resa dei conti interna e il nodo delle istituzioni
L’offensiva di Magyar non si limita, tuttavia, al solo panorama mediatico, ma investe l’intero apparato istituzionale ereditato dal vecchio regime, che egli considera illegittimo alla luce della schiacciante vittoria elettorale. Nemmeno il tempo di formalizzare la transizione, che il leader di Tisza ha già chiesto le dimissioni del presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, definendolo “un burattino indegno di incarnare l’unità nazionale” per via del suo sostegno al governo sconfitto. In un confronto tesissimo avvenuto nel palazzo presidenziale, Sulyok si è limitato a dichiarare che avrebbe “considerato le argomentazioni” sollevate, ma Magyar ha già avvertito: se non dovesse dimettersi, il partito procederà con le necessarie modifiche legislative per rimuoverlo, forte della super-maggioranza dei due terzi ottenuta alle urne.
Questa determinazione nel voler smantellare fisicamente le poltrone del potere avversario, piuttosto che limitarsi a riformarne le regole, espone il nuovo corso a una critica scomoda: quella di utilizzare i metodi autoritari che tanto si sono contestati a Orbán per piegare le resistenze burocratiche. La comunità internazionale, rappresentata in primis dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha salutato l’avvento di Magyar con entusiasmo paragonandolo a una nuova caduta del Muro, ma le dichiarazioni sulla stampa – definite da Magyar come un ente da “sospendere” e non da riequilibrare – hanno già suscitato un certo imbarazzo nei palazzi europei. I media pubblici ungheresi, va ricordato, sono stati per anni il braccio armato di Orbán, una cassa di risonanza che costava cara ai contribuenti; ma la promessa di chiudere il “Tg propaganda” in diretta, prima ancora di aver preso possesso dell’ufficio, rappresenta una torsione linguistica che fa storcere il naso anche ai suoi più ferventi sostenitori occidentali.
L’asse con Bruxelles e i conti da chiudere con Mosca
Parallelamente alla guerra interna ai palazzi del potere, Magyar ha già avviato le danze diplomatiche per ricucire lo strappo con l’Unione Europea, un passaggio obbligato se si vogliono scongelare quei fondi di coesione e del Pnrr che Orbán non è mai riuscito a portare a casa. In una serie di colloqui con von der Leyen, il premier in pectore ha assicurato che le riforme in quattro aree cruciali – lotta alla corruzione, indipendenza della magistratura, libertà di stampa e libertà accademica – saranno trasformate in leggi e regolamenti “molto rapidamente”, senza limitarsi a vuote promesse. Non si tratta solo di un riallineamento ideologico, ma di una necessità economica impellente: quei miliardi bloccati rappresentano la linfa per rilanciare un’economia che l’Ocse ha visto crescere appena dello 0,3% nel 2025, e la cui finestra temporale per utilizzare i fondi del Recovery Plan scade alla fine del 2026.
C’è poi la spinosa questione energetica e la posizione da tenere nei confronti di Mosca e Kiev: se da un lato Magyar ha promesso di chiudere la dipendenza dal gas russo entro il 2035, dall’altro si trova a dover gestire un’eredità pesante, fatta di accordi segreti e dell’oleodotto Druzhba ancora danneggiato. La riconquista dei fondi europei, in quest’ottica, è funzionale anche a sostenere Kiev; von der Leyen ha infatti subordinato lo sblocco dei fondi per Budapest anche al ritiro del veto ungherese sul prestito comune da 90 miliardi destinato all’Ucraina, un ostacolo che Orbán ha tenuto in piedi fino all’ultimo giorno. Magyar, consapevole che la sua vittoria è stata letta in Occidente come una boccata d’ossigeno per l’unità europea, sembra intenzionato a giocare questa partita a viso aperto, anche se le prime bordate contro i media pubblici lasciano intendere che il suo stile di governo non sarà né accomodante né, forse, completamente liberale come molti speravano.




