Ungheria, l’abbraccio di von der Leyen a Magyar non ferma la sua offensiva contro i media pubblici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La vittoria elettorale che ha spazzato via Viktor Orbán dopo quindici anni di potere assoluto – una sconfitta, quella del premier uscente, che la folla festante davanti al Parlamento di Budapest ha accolto con cori in cui si mescolavano l’orgoglio nazionale e un rinnovato slancio europeista – ha innescato una reazione immediata e quasi trionfale a Bruxelles. Ursula von der Leyen, senza attendere oltre, ha infatti salutato l’avvento del partito Tisza di Péter Magyar come una sorta di rinascita politica del Paese, paragonando addirittura questa transizione, con un’enfasi retorica che ha sollevato più di un sopracciglio, alle rivolte del 1956 o alla caduta del Muro del 1989. La presidente della Commissione, nel suo intervento carico di aspettative, ha ribadito con chiarezza il menu dei desideri dell’establishment comunitario: dallo sblocco dei fondi condizionato a riforme radicali fino alla spinosa questione del "superamento dell’unanimità" in sede di Consiglio, un tema, quest’ultimo, che rappresenta un vero e proprio nodo per la sovranità decisionale degli Stati membri. Eppure, mentre le cancellerie "rosse" d’Europa applaudono il nuovo corso perché giudicato più sensibile all’agenda delle élite (dimenticando, forse, che la sinistra magiara è di fatto ridotta a forza residuale con zero seggi in Parlamento), Magyar ha già dato prova di non voler certo rinunciare a un approccio muscolare, perlomeno sul fronte interno.

Una stretta annunciata sul fronte dell’informazione pubblica

Nonostante l’imperativo categorico – ripetuto fino alla nausea dai funzionari Ue – di ripristinare lo "Stato di diritto" e smantellare le riforme illiberali del precedente esecutivo, il futuro capo del governo ha scelto proprio uno dei settori più delicati per la sua prima mossa da vincitore. Parlando ai microfoni delle stesse emittenti che in passato lo avevano bersagliato con la propaganda filo-Orbán, Magyar ha annunciato senza mezzi termini che, una volta insediatosi, procederà a sospendere i finanziamenti statali per i servizi di news radiotelevisivi. La sua accusa, del resto, è esplicita: quei canali non hanno operato come servizio pubblico imparziale, trasformandosi invece in megafoni del governo uscente; fino a quando non verrà ripristinato un carattere "equilibrato" dell’informazione, l’erogazione dei fondi resterà bloccata. Una promessa, questa, che sa molto di resa dei conti e che rischia di creare un cortocircuito immediato con Bruxelles, dove la presidente von der Leyen aveva appena terminato di lodare il vincitore paragonandolo a un eroe della liberazione.

La sfida dei conti e il ricatto dei fondi congelati

La posta in gioco per l’Ungheria, va detto, è astronomica. Bruxelles tiene al momento in ostaggio somme che superano i 18 miliardi di euro (secondo alcune stime si arriverebbe fino a 35 miliardi se si conteggiano tutti i programmi sospesi) -3, risorse che sarebbero vitali per un’economia che arranca con un deficit alle stelle. Se da un lato Magyar si è affrettato a rassicurare i mercati – promettendo l’adesione alla Procura europea e una drastica lotta alla corruzione eredità di Orbán – dall’altro gli investitori internazionali restano in attesa di segnali concreti, ben sapendo che la scadenza di agosto per le riforme richieste dalla Recovery Facility è un traguardo difficilissimo da raggiungere. Il leader di Tisza, in sostanza, si trova stretto tra la necessità di mostrare a von der Leyen un repentino cambio di passo (lei stessa ha chiesto che si lavori "intensamente" per riallineare Budapest ai valori comuni) e la volontà di non apparire succube delle imposizioni esterne, specialmente mentre ordina ai vertici della radiotelevisione pubblica di cambiare registro o chiudere i battenti.

Le mani del vecchio regime e la scadenza di maggio

Mentre il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, ha formalmente conferito l’incarico a Magyar con la promessa di convocare la nuova assemblea ai primi di maggio -4, l’eredità lasciata da Orbán continua a pesare come un macigno. Il futuro premier ha denunciato senza mezzi termini che i funzionari uscenti del ministero degli Esteri starebbero "distruggendo documenti" sensibili, in particolare quelli relativi ai legami con Mosca e alle trattative sulle sanzioni, un’ombra inquietante che getta ulteriore benzina sul fuoco di una transizione già di per sé tumultuosa. La "super-maggioranza" conquistata da Tisza (138 seggi su 199) gli consentirebbe teoricamente di riscrivere le regole del gioco in fretta, ma l’apparato burocratico e giudiziario, ancora zeppo di fedelissimi dell’ex premier, potrebbe trasformarsi in una trincea da cui sarà difficile sloggiare i vecchi occupanti. In attesa di vedere se la distensione promessa all’Europa verrà applicata anche in casa, l’Ungheria trattiene il fiato: da un lato c’è la prospettiva concreta di decine di miliardi di euro, dall’altro la minaccia di una nuova, pesantissima, guerra interna per il controllo dell’informazione e delle procure.

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