: Magyar a Sky Tg24: “Il movimento è più grande di me, l’Ungheria si è svegliata”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sestri Levante, dove il mare incontra la ribalta del cinema, è stata teatro in questi giorni di un passaggio politico tutt’altro che cinematografico, sebbene la sceneggiatura sembri scritta per celebrare la fine di un’era. Peter Magyar, il primo ministro “in pectore” dell’Ungheria, ha scelto il Riviera International Film Festival come palcoscenico per la sua prima grande uscita internazionale dopo la débâcle elettorale di Viktor Orbán, presentando il documentario “Spring Wind” che lo ritrae nell’ascesa che ha spazzato via quasi un decennio e mezzo di potere. Ai microfoni di Sky TG24, il leader – che si prepara a ereditare un Paese spaccato e casse statali dissestate – ha rivendicato la portata epocale del cambiamento in atto: “Il movimento ormai è molto più grande di me”, ha dichiarato, aggiungendo con una punta di fierezza che “finalmente l’Ungheria si è svegliata”. Una dichiarazione, quest’ultima, che suona come un epitaffio per il governo di Orbán, ma anche come un avvertimento per Bruxelles, dove la musica sta cambiando rapidamente.

I fondi Ue congelati e la resa dei conti silenziosa con Bruxelles

Se da un lato Magyar celebra il risveglio della nazione, dall’altro deve fare i conti con la pesante eredità lasciata dal precedente esecutivo, specialmente nei rapporti con l’Unione Europea. Il primo vero banco di prova per il nuovo corso non riguarda tanto la retorica politica, quanto i soldi: quei 10,4 miliardi di euro del Recovery Fund che l’Ungheria non ha mai visto arrivare a causa delle violazioni dello stato di diritto sotto l’era Orbán. Secondo quanto emerso dalle trattative in corso con la Commissione Europea, e riportato da fonti diplomatiche a Politico, la presidente Ursula von der Leyen avrebbe avanzato una proposta precisa: prendere i 6,5 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto, ma rinunciare ai restanti 3,9 miliardi di prestiti a tasso agevolato. Una soluzione che mette Magyar in una posizione scomoda, perché accettare significherebbe lasciare sul tavolo una fetta consistente delle risorse promesse, proprio ora che l’economia ungherese mostra un deficit pubblico vicino al 7 per cento e un debito che veleggia attorno al 75 per cento del Pil. Una condizione oggettiva che lo costringe a muoversi con cautela, tra la necessità di non apparire troppo remissivo verso Bruxelles e l’urgenza di tamponare le falle di un bilancio statale logorato da anni di politiche autonomiste.

Le elezioni che hanno cambiato tutto e le aspettative degli elettori

Le elezioni parlamentari dell’aprile 2026 hanno chiuso un cerchio iniziato nel lontano 2010, quando Orbán iniziò la sua lunga marcia verso quello che sarebbe diventato uno dei governi più longevi delle democrazie contemporanee. A decretare la svolta non è stata solo la macchina del partito Tisza, fondato da Magyar, quanto piuttosto un malcontento popolare trasversale che chiedeva un “cambiamento” radicale. Una ricerca condotta dall’European Center for Foreign Relations ha evidenziato come la maggior parte degli elettori abbia votato per il nuovo corso più in nome di una ripresa economica che di una vera adesione al programma del partito: meno corruzione, più diritti e, soprattutto, lo sblocco immediato dei fondi europei che Orbán aveva tenuto in ostaggio in nome di una sovranità spesso fine a se stessa. A Sestri Levante, Magyar ha colto l’occasione per ribadire che la sua ascesa non è stata un fulmine a ciel sereno, ma il frutto di una consapevolezza maturata “villaggio dopo villaggio”, anche se le frizioni con Bruxelles – a poche settimane dal giuramento – già emergono prepotentemente.

L’ombra dell’Impero e l’addio a Orbán

Nel mese di aprile 2026, dunque, l’Ungheria è stata teatro di un passaggio politico di grande rilievo: le elezioni parlamentari hanno segnato la fine del lungo governo di Viktor Orbán, al potere in maniera continuativa dal 2010 e detentore di uno dei primati più significativi tra i leader delle democrazie contemporanee. Un primato che lo poneva idealmente accanto a figure come Benjamin Netanyahu in Israele o Vladimir Putin in Russia, per durata ininterrotta al governo. Magyar, dal canto suo, sembra voler tracciare una linea netta con il passato, e la sua presenza al festival ligure – dove il documentario “Spring Wind” ha fatto da spartiacque simbolico – ne è la prova più evidente. “Non c’è stato un singolo momento di svolta”, ha spiegato il leader ungherese durante l’incontro, “è stata la storia degli ultimi anni, la delusione delle persone, il desiderio di cambiamento”. Una narrazione, quella del film, che ha contribuito ad aprire gli occhi a milioni di ungheresi e che ora si scontra con la dura realtà dei numeri: ottenere quei fondi – sia quelli a fondo perduto che i prestiti – sarà la vera prova del fuoco per un governo che non può più permettersi di sbagliare.

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