La lunga notte di Orbán è finita, ma Magyar sa che i diritti non si riconquistano con un solo voto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’onda anomala che ha spazzato via sedici anni di governo autoritario in Ungheria non è stata soltanto un fatto politico, ma una lezione di anatomia civile. Quell’affluenza record – quasi l’ottanta per cento, un dato che non si vedeva dai tempi della caduta del comunismo – non ha solo consegnato la vittoria a Peter Magyar, ex alleato divenuto spietato oppositore, ma ha soprattutto sancito la fine di quel laboratorio di "democrazia illiberale" che Viktor Orbán aveva costruito come una fortezza. Una risposta, quella delle urne, tanto silenziosa quanto clamorosa, contro un sistema che aveva progressivamente svuotato le procure, riscritto le regole della comunicazione e ridotto al minimo gli spazi per il dissenso.
Pedagogia della sconfitta?
Lo smantellamento del sistema e la prova dei fatti
La transizione in atto a Budapest non è una semplice sostituzione ai vertici del potere, bensì un tentativo di smontare pezzo per pezzo l’architettura costruita da Orbán. Il nuovo esecutivo, forte di una maggioranza schiacciante in parlamento, ha già annunciato interventi mirati per cambiare il volto dell’Ungheria, partendo da quei dettagli che spesso tradiscono la sostanza di una dittatura: l’indipendenza della magistratura e il controllo dei fondi pubblici. Se da un lato Magyar strizza l’occhio a Bruxelles per sbloccare miliardi di fondi congelati, dall’altro ha già dovuto fare i conti con l’eredità pesante lasciata dal predecessore, soprattutto sul fronte della giustizia internazionale. L’annuncio di voler bloccare l’iter di uscita dalla Corte penale internazionale, avviato da Orbán dopo il mandato di arresto per Benyamin Netanyahu, rappresenta un'inversione di rotta secca sulla credibilità diplomatica del paese.
La questione Netanyahu e la svolta sull’Aia
Uno degli atti più concreti di questa nuova fase riguarda proprio il rispetto delle convenzioni internazionali. Laddove Orbán sfidava apertamente l’Aia, dichiarando che i leader stranieri non sarebbero mai stati toccati in territorio magiaro, Magyar ha già chiarito il suo pensiero in modo gelido e diretto: l’adesione allo statuto di Roma non è un abbonamento a senso unico. Il nuovo premier ha ribadito che se un individuo è ricercato dalla Corte, e se mette piede in Ungheria, scatterà l’arresto. Una presa di posizione che riallinea Budapest alle posizioni della maggior parte dei partner europei e che rappresenta un tentativo di ricucire lo strappo con quelle istituzioni che il precedente governo considerava nemiche.
Il peso di un’eredità difficile da rimuovere
Tuttavia, sarebbe illusorio pensare che la scomparsa fisica di Orbán dalla poltrona di premier cancelli l’"orbanismo" dalla notte al giorno. Magyar eredita un paese dove la Costituzione è stata riscritta su misura per un uomo solo, dove i media pubblici sono stati trasformati in megafoni di partito e dove la libertà accademica ha subito mutilazioni profonde. La sfida, per il nuovo governo, è capire come ripristinare le condizioni di una democrazia piena in un territorio minato; e la risposta non potrà arrivare solo dalle leggi, ma dovrà venire da quella stessa società civile che per una domenica di aprile ha dimostrato di averne abbastanza. La riconquista dei diritti, come la storia ungherese ci ricorda, è un processo lento e faticoso, mentre la loro perdita è stata rapidissima e geometrica.




