Ungheria, Magyar svela i primi sette ministri e corre contro il tempo per i fondi Ue
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Redazione Esteri
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La transizione del potere a Budapest, un passaggio storico che segna la fine dell’era Orbán dopo sedici anni, entra ora nel vivo con i primi atti concreti del governo designato. Péter Magyar, il leader del movimento Tisza che a sorpresa (ma solo per gli osservatori distratti) ha stravinto le elezioni dell’aprile 2026, ha rotto il silenzio con una conferenza stampa nella quale ha ufficializzato i primi sette nomi del suo esecutivo, un gabinetto che conterà complessivamente sedici dicasteri. Lo ha fatto a pochi giorni dalla prima riunione del gruppo parlamentare, forte di una maggioranza schiacciante di 141 seggi su 199 che gli consente di modificare la costituzione senza alcun bisogno di cercare alleati, un lusso che Magyar intende utilizzare subito per smantellare le infrastrutture di potere lasciate dal predecessore.
Tra le scelte più significative, spicca la conferma di Anita Orbán al ministero degli Affari esteri, una manager di lungo corso che, è stato precisato, non ha legami di parentela con l’ex premier nonostante l’omonimia. La sua nomina è un segnale preciso alla comunità internazionale e a Bruxelles, visto che la futura ministra ha già maturato esperienza nei dossier di negoziato tra Budapest e la Commissione. Per l’Economia e l’Energia, invece, Magyar ha pescato dal settore privato internazionale chiamando István Kapitány, un veterano del management della Shell, la cui nomina a capo di questo “super-ministero” sottolinea l’urgenza di affrontare la dipendenza energetica del paese, un’eredità pesante lasciata dai precedenti accordi con Mosca.
Completano la rosa dei nominati András Kármán alle Finanze (un tecnico attento alla gestione del debito), il generale Romulusz Rusin-Szendi alla Difesa (ex capo di stato maggiore, scelto per rinsaldare i rapporti con la Nato), e poi Zsolt Hegedus (Salute), Laszlo Gajdos (Ambiente) e Szabolcs Bona (Agricoltura). Magyar, con una mossa che lascia poco spazio alle interpretazioni, ha già chiesto le dimissioni ai vertici istituzionali nominati durante l’era Orban, dal presidente della Repubblica ai vertici della magistratura, avvertendo che se non se ne andranno entro il 31 maggio provvederà lui a rimuoverli grazie ai voti della sua supermaggioranza.
La trattativa lampo per Bruxelles e la sfida dei fondi congelati
Mentre si discute ancora delle poltrone, l’urgenza più grande per Magyar si gioca però a Bruxelles, dove sono congelati fondi per circa 18 miliardi di euro, una cifra che sarebbe vitale per rilanciare l’economia ungherese ferma allo 0,4 per cento di crescita. Il futuro premier, che conosce bene le dinamiche comunitarie per essere stato lui stesso europarlamentare, ha annunciato un calendario serratissimo: chiuderà un accordo politico con la Commissione europea tra il 15 e il 20 maggio, nemmeno un mese dopo il suo insediamento ufficiale previsto per metà del mese.
A facilitare l’intesa, secondo quanto si apprende dai retroscena diplomatici, è stato un faccia a faccia tecnico di alto profilo svoltosi a Budapest il weekend scorso. Una delegazione guidata da Björn Seibert, capo di gabinetto di Ursula von der Leyen, ha incontrato i rappresentanti del partito Tisza, un’apertura eccezionale che Bruxelles non aveva mai concesso a un partito non ancora al potere, a dimostrazione della fretta di risolvere la spinosa questione dello stato di diritto. Magyar si è impegnato a rispettare i 27 “super traguardi” imposti dall’Ue, che riguardano la lotta alla corruzione, l’indipendenza della magistratura e la libertà di stampa, chiedendo in cambio lo sblocco immediato delle risorse del Dispositivo per la ripresa e la resilienza, quelle a rischio scadenza per fine agosto.
La resa dei conti con l’eredità di Orbán
La partita dei fondi europei è solo la punta dell’iceberg di una transizione che gli esperti definiscono senza precedenti per l’Europa centro-orientale. Magyar non si limiterà a un semplice cambio di guardia, ma ha annunciato un’operazione di “cambio di regime” che passa attraverso la riconquista delle istituzioni, dalla televisione pubblica (dove ha promesso una sospensione temporanea dei notiziari per ripulirli dalla propaganda) alla procura europea, che Budapest si appresta finalmente a firmare dopo anni di boicottaggio. Il leader di Tisza ha lanciato una piattaforma online per i whistleblower, temendo che i ministeri uscenti stiano distruggendo in queste ore i documenti sensibili legati alla corruzione sistemica del precedente esecutivo.
Un’incognita pesante, che i nuovi ministri dovranno gestire in tempi strettissimi, rimane quella energetica. Se da un lato Magyar vuole i soldi di Bruxelles, dall’altro eredità un paese incastrato in contratti decennali con Gazprom per il gas e con Rosatom per l’espansione della centrale nucleare di Paks, senza dimenticare una dipendenza dal petrolio russo salita al 93 per cento. Il ministro Kapitany, chiamato a guidare il super-ministero dell’Economia e dell’Energia, si troverà dunque a dover mediare tra le richieste di diversificazione dell’Europa e la cruda realtà geografica dei gasdotti, una tensione che definirà i primi cento giorni del governo.
La ricostruzione dell’apparato e le prossime mosse
Mentre si attendono i restanti nove ministri (i dicasteri previsti includono Interno, Giustizia, Istruzione e un ministero per la Cultura che avrà competenze anche sui media e le chiese), Magyar ha già definito le alleanze interne al Parlamento, indicando Andrea Bujdoso come capogruppo di Tisza e Agnes Forsthoffer come candidata alla presidenza dell’Assemblea nazionale. La transizione formale avverrà intorno al 9 o 10 maggio, quando il Parlamento si riunirà per la sessione inaugurale e il giuramento del nuovo premier. Prima di quella data, però, Magyar dovrà gestire la delicatissima fase di “ascolto parlamentare” per i suoi candidati, un rito che in Ungheria è spesso stato una semplice formalità ma che oggi, in questa atmosfera di rottura, assume i toni di un vero e proprio esame di ammissione per la nuova classe dirigente.




