Peter Magyar al film festival: «Il movimento è più grande di me, l’Ungheria si è svegliata»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sestri Levante. La kermesse cinematografica ligure, quest’anno, ha avuto il sapore imprevisto di una ribalta politica. Peter Magyar, il nuovo numero uno ungherese che ha spezzato il lungo ciclo politico di Viktor Orbán, ha scelto il palcoscenico del Riviera International Film Festival per ribadire, ai microfoni di Sky TG24, la portata del terremoto che ha attraversato il suo Paese. «Il movimento ormai è molto più grande di me», ha dichiarato il premier in pectore, presente nella cittadina ligure per presentare "Spring Wind", il documentario che ripercorre l’ascesa del suo partito, Tisza, e che, a suo dire, si è rivelato decisivo nella recente campagna elettorale (tanto da accumulare milioni di visualizzazioni online). «Finalmente l’Ungheria si è svegliata», l’affermazione-chiave rilasciata a caldo, con cui Magyar ha cercato di restituire la dimensione quasi referendaria di un voto che ha spazzato via sedici anni di governo Fidesz.

L’entusiasmo della piazza, tuttavia, si scontra già con la realpolitik delle cancellerie europee. Se da un lato la fine dell’era Orbán è stata accolta con sollievo a Bruxelles, dall’altro la luna di miele tra Palazzo Berlaymont e il nuovo esecutivo di Budapest sta mostrando i primi, significativi, graffi. Al centro della disputa ci sono i 10,4 miliardi di euro del Pnrr ungherese, una cifra che rappresenta un vero e proprio baluardo per la ripresa economica del Paese, ma sulla quale la Commissione Europea ha posto una condizione non proprio gradita. Dei fondi totali, 6,5 miliardi sono a fondo perduto, mentre 3,9 sono prestiti a tassi favorevoli; la richiesta di Ursula von der Leyen, come si è appreso nelle ultime ore, è stata chiara: Budapest dovrebbe incassare i primi e rinunciare ai secondi.

Frizioni immediate con Bruxelles e il peso dei prestiti Pnrr

La richiesta, avanzata nel primo faccia a faccia tra il futuro premier e la presidente della Commissione, rappresenta un test politico non da poco per Magyar. Il neoeletto, che ha costruito la sua campagna sulla promessa di sbloccare le risorse europee congelate durante l’era Orbán a causa delle violazioni dello stato di diritto, si trova ora a dover fare i conti con la rigidità dei conti comunitari. Gli alti funzionari europei, in un clima di riservatezza, fanno sapere che i prestiti non solo rischierebbero di peggiorare un quadro finanziario già fragile (con un debito pubblico vicino al 75% del Pil e un deficit in crescita), ma rappresenterebbero un azzardo logistico: non c’è materialmente il tempo per erogare l’intera somma entro le scadenze tecniche previste. Per Magyar, lasciare sul tavolo quasi 4 miliardi sarebbe una mossa politicamente dolorosa, quasi una sconfitta prima ancora di sedersi ufficialmente sulla poltrona di premier, anche se la sua squadra negoziale sta cercando di sondare quanto l’Europa sia disposta a flettersi sulle riforme democratiche richieste.

Un voto contro Orbán più che per il partito, secondo gli analisti

A certificare la fragilità di questo consenso, e la natura puramente "antisistema" dell’attuale momento politico, arriva intanto un’analisi dello European Center for Foreign Relations. Secondo lo studio condotto dagli esperti Piotr Buras e Pawel Zerka, la maggior parte degli elettori ungheresi non ha votato per una specifica adesione al programma di Tisla, il partito di Magyar, quanto piuttosto per una domanda di "cambiamento" radicale rispetto a Viktor Orbán. Un verdetto, questo, che pesa come un macigno sulle spalle del nuovo leader: il mandato popolare è più un’espressione di stanchezza verso il vecchio regime che una vera e propria investitura ideologica per il futuro. A dominare la richiesta dei cittadini vi sono principalmente le politiche economiche e la necessità di risanare la corruzione, più che questioni identitarie o di costume.

L’ombra lunga dell’ex premier e la transizione di potere

L’aprile 2026 ha segnato uno spartiacque nelle cronache politiche dell’Europa centro-orientale, con le elezioni parlamentari che hanno inflitto una sconfitta storica a Viktor Orbán. Il leader uscente, che deteneva il titolo di uno dei premier con la maggiore permanenza in carica nelle democrazie contemporanee (un record avvicinabile solo a figure come Netanyahu o Putin in contesti geopolitici diversi), ha lasciato progressivamente lo scenario politico. Magyar si trova ora a ereditare un Paese spaccato, dove la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici e dove la “riscossa” evocata nel documentario presentato a Sestri Levante dovrà necessariamente tradursi in atti concreti. La transizione, sebbene incruenta, si annuncia complessa: la visita al festival e le dichiarazioni ai media italiani rappresentano forse l’ultimo vero bagno di folla prima dell’insediamento ufficiale, mentre la realtà della governance (e il braccio di ferro con Bruxelles) sta già bussando alla porta.

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