Riviera film festival, l'ultimo ciak prima della chiusura; Ungheria, il ballo del ministro e il giuramento di Magyar
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Redazione Interno
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Sta per calare il sipario sulla decima edizione del Riviera International Film Festival, un appuntamento, quello con la kermesse ligure, che ormai da un decennio trasforma Sestri Levante in un crocevia obbligato per il cinema indipendente. L’evento, che ha animato le sale e le piazze tra masterclass di alto profilo e proiezioni, ha visto la partecipazione di giurie e concorrenti under 35, confermando la vocazione della manifestazione come vetrina per i nuovi linguaggi della settima arte. A tracciare un bilancio di questa edizione – la quale, va detto, si è distinta per la qualità degli ospiti e la varietà dei titoli in gara – ci ha pensato il presidente della Fondazione e direttore esecutivo Vito D'Onghia, figura centrale nell’organizzazione di questo intricato meccanismo culturale.
Una governante (e un ministro) dalla "danza macabra"
Scostandoci dal racconto cinematografico, ma restando ancorati al tema del “palcoscenico”, uno degli episodi più virali del vecchio continente arriva dall’inaugurazione del nuovo governo ungherese. Se da una parte la politica ufficiale cerca di mostrare un volto severo e istituzionale, dall’altra il ministro della Sanità Zsolt Hegedűs ha rubato la scena a suon di (inesperti) passi di danza. Il medico ortopedico, già assurto a simbolo della notte della vittoria post-elezioni grazie a un video destinato a fare il giro del web, si è lasciato nuovamente andare sul palco, quasi a voler sancire – involontariamente – l’aria informale e spiazzante del nuovo corso politico di Budapest. La sua performance, replicata durante le celebrazioni per Péter Magyar, conferma come certe icone popolari continuino a resistere al cambio di guardia ai vertici dello stato.
Budapest volta pagina: il primo ministro Magyar al posto di Orbán
L’Ungheria, in effetti, sta ufficialmente tentando di voltare pagina, sebbene gli osservatori più attenti non si aspettino clamorosi salti di discontinuità radicali con il passato recente. Ciò che è certo, e storicamente innegabile, è la conclusione dell’era Orbán dopo sedici anni di governo incontrastato: l'uomo nuovo, Péter Magyar, ha prestato giuramento come primo ministro dinanzi all'Assemblea nazionale. La cerimonia, che si è svolta nel corso della seduta inaugurale della nuova legislatura – nata dalla tornata elettorale di aprile vinta con ampio margine dal suo partito, Tisza – ha ufficialmente sancito il passaggio di consegne. Con 140 voti favorevoli, contro soli 54 contrari e una sola astensione, Magyar ha incassato la fiducia del Parlamento.
Giuramento e promesse: "Servire, non regnare"
È stata una presa di posizione netta, quella del nuovo premier, il quale ha voluto subito marcare la distanza stilistica dal suo predecessore. Le sue prime parole da capo del governo, pronunciate al cospetto dei deputati, sono state un manifesto programmatico: "Sono qui per servire, non per regnare". Una frase, questa, che mira a restituire un'immagine di umiltà istituzionale dopo i toni spesso personalistici dell'era precedente. Magyar, rivolgendosi ai cittadini e ai rappresentanti delle istituzioni, ha voluto infondere un senso di missione collettiva, promettendo un cambiamento che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe riguardare il metodo prima ancora del merito delle singole riforme. Se il futuro riserverà una reale inversione di tendenza o una semplice continuità sotto mentite spoglie è ancora presto per dirlo, ma il popolo magiaro, esausto dopo un decennio e mezzo di gestione Orbán, sembra aver accolto con sollievo almeno il rinnovamento dell’estetica del potere.




