La missione segreta di Ratcliffe a Mosca e la notte dei droni sull'Ucraina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il gigantesco C-17 americano, con la sua inquietante colorazione grigiastra, si stagliava contro le cupole del Cremlino prima di dirigersi verso l’aeroporto Vnukovo, a Mosca, e quella che doveva essere una delle visite più riservate e brevi degli ultimi anni. A bordo del quadrigetto, che di solito trasporta fino a duecentocinquanta soldati e decine di mezzi militari, c’era John Ratcliffe, il direttore della Cia, arrivato da Camp David con uno scalo a Riga e scortato da una mezza dozzina di macchine blindate oltre a una schiera di collaboratori e diplomatici.

La sua permanenza nella capitale russa è durata poche ore, il tempo necessario per una serie di colloqui riservatissimi di cui, al momento, non è stato reso noto alcun dettaglio ufficiale, né da Washington né da Mosca, dove il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, si è limitato a confermare l’incontro senza aggiungere elementi sul contenuto del dialogo.

Il duplice volto del conflitto tra diplomazia segreta e attacchi notturni

Da una parte la diplomazia riservata, che si serve di un canale diretto tra i servizi segreti per bypassare le difficoltà della comunicazione politica ordinaria, e dall’altra il fronte della guerra che continua a martellare le città e le infrastrutture ucraine. All’indomani della missione lampo di Ratcliffe, nella notte sono piovute centinaia di droni sul territorio ucraino, in un’offensiva aerea che ha messo a dura prova le difese antiaeree di Kiev e di altre regioni, confermando la doppia natura di un conflitto ormai entrato in una fase logorante.

L’amministrazione statunitense, secondo quanto ricostruito da fonti diplomatiche, non avrebbe avvisato preventivamente i partner europei della visita del capo della Cia a Mosca, una scelta che ha alimentato non poche tensioni e ha riacceso il dibattito sulla gestione dei canali di comunicazione con la Russia.

Il ritorno alla diplomazia delle spie: un canale riservato che viene dalla Guerra Fredda

Il viaggio di John Ratcliffe nella capitale russa non è un evento isolato, ma si inserisce in una tradizione che affonda le radici nella Guerra Fredda e che è sopravvissuta persino al crollo dell’Unione Sovietica, quando i rapporti politici tra Washington e Mosca diventano così intricati o deteriorati da rendere inefficace la diplomazia tradizionale.

In quei casi, entrano in scena i capi dei servizi di intelligence, che agiscono come messaggeri di ultima istanza per trasmettere avvertimenti, discutere di terrorismo, gestire programmi nucleari o negoziare scambi di prigionieri, senza che ogni parola venga filtrata dai protocolli delle cancellerie.

Il ricorso a questo strumento, però, non è di per sé un segnale inequivocabile di un imminente grande accordo, perché talvolta la presenza di un alto ufficiale della Cia a Mosca può indicare esattamente il contrario, ovvero che le relazioni sono così compromesse da richiedere un canale riservato per evitare incidenti diplomatici o militari.

Le reazioni del Cremlino e la posizione su Donbass e Nato

Il Cremlino, attraverso le parole del portavoce Peskov, ha ribadito la propria linea dura riguardo allo status del Donbass, definendolo territorio russo e respingendo al contempo il piano di pace proposto da Volodymyr Zelensky, mentre ha bollato come inaccettabile qualsiasi ipotesi di dispiegamento di truppe Nato in Ucraina. Questa presa di posizione, arrivata proprio mentre l’immagine del C-17 americano faceva il giro del mondo, ha di fatto raffreddato gli entusiasmi di chi sperava in una svolta immediata, spostando l’attenzione sul significato reale della missione di Ratcliffe.

La scelta di Washington di non coinvolgere l’Europa nella preparazione dell’incontro ha sollevato interrogativi tra gli alleati, che si sono trovati a dover interpretare i segnali provenienti dalla capitale russa senza avere accesso ai dettagli del colloquio, in un clima già reso teso dall’escalation dei raid notturni.

La sfida della comunicazione in un conflitto senza tregua

Mentre il direttore della Cia faceva rientro a Camp David dopo quella che molti media hanno definito una missione lampo, il fronte ucraino continuava a essere bombardato da centinaia di droni, in un attacco che ha coperto diverse regioni e che ha costretto le squadre di emergenza a intervenire per spegnere incendi e mettere in sicurezza le infrastrutture energetiche.

La coincidenza temporale tra la presenza del capo dell’intelligence americana a Mosca e l’intensificazione degli attacchi aerei ha alimentato le speculazioni, ma al momento non esiste alcuna conferma ufficiale di un collegamento diretto tra i due eventi. Ciò che appare evidente, invece, è la volontà di entrambe le parti di mantenere aperti canali di comunicazione non ufficiali, mentre il confronto sul campo prosegue senza sosta, in una logica che sembra ormai aver normalizzato la convivenza tra tentativi di dialogo e violenza bellica.

L’assenza di una svolta immediata e il peso della riservatezza

L’assenza di dichiarazioni ufficiali al termine dell’incontro tra Ratcliffe e i rappresentanti russi lascia intendere che, qualunque sia stato l’oggetto del colloquio, si tratti di questioni che richiedono massima riservatezza e che non sono destinate a essere rese pubbliche nell’immediato. La tradizione della diplomazia parallela, quella gestita dai servizi segreti, prevede proprio che i frutti di questi incontri maturino lentamente e che spesso emergano solo quando le condizioni politiche sono mature o quando, al contrario, si verificano incidenti che rendono necessario un chiarimento.

Per ora, il solo dato certo è che un alto funzionario americano ha varcato per la prima volta dal 2022 le porte di Mosca, e che questo gesto, qualsiasi sia stata la sua natura, ha già prodotto un effetto dirompente sugli equilibri diplomatici, spingendo gli alleati europei a chiedersi se il baricentro delle trattative si stia spostando verso canali sempre più esclusivi e meno trasparenti.

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