Sean Penn salta gli Oscar e va da Zelensky: la sua assenza ha un significato preciso

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è chi attraversa il tappeto rosso e chi, invece, attraversa un continente in guerra. La notte della 98ª edizione degli Oscar, quella che consegnava a Sean Penn la sua terza statuetta, per il Miglior attore non protagonista nel film Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson, l’attore era a migliaia di chilometri di distanza dal Dolby Theatre di Los Angeles, in un vaglio del treno ucraino, diretto a Kiev, dove lunedì mattina ha incontrato Volodymyr Zelensky. Una scelta, la sua, che non è parsa dettata da una banale sovrapposizione di impegni, ma da una presa di posizione netta, quasi una dichiarazione di intenti, che ha trasformato un premio in una assenza pesante come una presenza.

L’ironia di Culkin e un viaggio tenuto nascosto fino all’ultimo

Sul palco, a ritirare il premio per lui, è salito Kieran Culkin, vincitore dell’anno precedente, che con una battuta ha sintetizzato l’imbarazzo e l’ammirazione della platea: “Sean Penn non poteva essere qui stanotte, o forse non voleva esserci, quindi accetterò io il premio al suo posto”. L’ironia del collega, in fondo, fotografava una realtà ormai chiara a chi segue le vicende dell’attore. Penn non ha mai fatto mistero del suo disincanto verso le logiche di Hollywood, ma questa volta la sua assenza era già stata pianificata nei dettagli. Le agenzie di stampa internazionali, citando fonti vicine all’attore e riprese dal New York Times, avevano anticipato un suo spostamento verso l’Europa, ma è stato l’operatore ferroviario statale ucraino a ufficializzare il tutto, pubblicando un video che lo riprendeva mentre scendeva da una carrozza, quasi a voler sottolineare come avesse custodito il segreto fino all’ultimo momento, e aggiungendo in un post: “Ora possiamo dirlo ufficialmente: Sean Penn ha scelto l’Ucraina invece degli Oscar!”.

Il legame con Zelensky, un’amicizia forgiata all’inizio della guerra

L’incontro con il presidente ucraino, documentato da una fotografia diffusa sui canali ufficiali di Zelensky, mostra i due uomini, entrambi in abiti informali, nell’ufficio presidenziale circondato dalle barricate. Non è la prima volta che si vedono. Il loro rapporto risale al 2022, quando Penn era nel paese per girare il documentario Superpower, trovandosi di fatto travolto dall’inizio dell’invasione russa. In quell’occasione, l’attore aveva compiuto un gesto dal forte valore simbolico, consegnando a Zelensky uno dei suoi Oscar, con la promessa che glielo avrebbe restituito a guerra vinta. Un atto, quello, che oggi acquista un significato ancora più profondo, alla luce di questa ennesima visita. Il capo di Stato ucraino, nel messaggio di ringraziamento pubblico, ha scritto: “Sean, grazie a te sappiamo cos’è un vero amico dell’Ucraina. Sei con noi dal primo giorno dell’invasione su larga scala e lo sei anche oggi”.

Un gesto che pesa più di un discorso di ringraziamento

Non è difficile immaginare che, se fosse stato presente a Los Angeles, il discorso di Penn dal palco sarebbe stato comunque politico, forse scomodo, certamente lontano dai soliti ringraziamenti. La storia delle sue apparizioni agli Oscar è costellata di interventi controversi e fuori dagli schemi: da quello in difesa di Jude Law, quando fu deriso da Chris Rock, alla battuta sulla green card rivolta al messicano Alejandro González Iñárritu, fino al celebre discorso per Milk in cui attaccò duramente chi si opponeva ai matrimoni gay. Ma questa volta, la scelta di non esserci affatto ha amplificato il messaggio. Trovarsi a Kiev, in un paese in guerra, mentre a Hollywood si celebra il cinema, è una dichiarazione che non ha bisogno di parole. Significa spostare il baricentro dell’attenzione, usando la propria immagine non per ricevere un premio, ma per testimoniare una vicinanza che va oltre la solidarietà formale.

La terza statuetta e un rapporto conflittuale con il sistema

Quella vinta per il ruolo del colonnello Lockjaw è la sua terza statuetta, dopo i due Oscar come miglior attore protagonista per Mystic River e Milk, che lo collocano in una ristretta cerchia di interpreti pluripremiati. Tuttavia, l’assenza di ieri notte non è un episodio isolato. Penn aveva già saltato i Bafta e i premi del Sindicato degli attori, pur essendo vincitore, e in passato aveva disertato altre tre cerimonie in cui era candidato, nel 1996, 2000 e 2002. Questo suo allontanamento fisico dalla macchina dei premi, che culmina con la scelta di non presenziare alla notte più importante per un attore, riflette una distanza critica che dura da anni, alimentata da una delusione profonda verso certi meccanismi produttivi e da un crescente impegno civile e giornalistico sul campo.

Un viaggio con valenza politica, oltre il simbolo

Fonti dell’amministrazione ucraina, citate dall’AFP, hanno confermato che l’attore non si è limitato a un incontro cerimoniale, ma avrebbe programmato anche una visita al fronte, nella parte orientale del paese. Un gesto che va oltre la semplice testimonianza e che conferma come la sua attività si sia spostata sempre più verso un impegno diretto. D’altronde, lo stesso Penn aveva dichiarato in passato, con la sua consueta foga, di aver pensato persino di fondere i suoi Oscar per trasformarli in munizioni da inviare in Ucraina, tanto era forte la sua convinzione che la difesa di quel paese rappresentasse “la punta di lancia della difesa democratica”. Ieri, mentre Culkin ritirava il premio per lui, Penn era lì, in divisa casual, a testimoniare che per lui la priorità era un’altra.

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