Sean Penn salta gli Oscar per Kiev e riceve un “IronOscar” dai detriti della guerra

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è chi attraversa l’oceano per partecipare alla notte delle stelle, e chi invece quel viaggio lo compie a ritroso, preferendo il fragore di una guerra al tappeto rosso di Los Angeles. Sean Penn, fresco vincitore del suo terzo Oscar come miglior attore non protagonista per Una battaglia dopo l’altra, il film di Paul Thomas Anderson in cui veste i panni di un colonnello dal fanatismo inquietante, ha disertato la cerimonia di domenica scorsa. Al suo posto, sul palco del Dolby Theatre, è salito Kieran Culkin, che con una battuta tagliente ha ritirato la statuetta per conto dell’assente: “Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto”, ha scherzato, sintetizzando in poche parole il carattere imprevedibile di un attore che ai formalismi di Hollywood ha spesso preferito l’impegno diretto. Una scelta, quella di Penn, che potrebbe apparire eccentrica se non si conoscesse il suo legame viscerale con l’Ucraina, un paese che frequenta assiduamente dall’inizio dell’invasione russa e di cui ha raccontato le ferite anche attraverso il documentario Superpower, dedicato al presidente Volodymyr Zelensky.

Un’assenza che pesa più di una presenza

Mentre a Los Angeles si consumava l’ottantottesima edizione degli Academy Awards, Penn si trovava a Kiev, ennesima tappa di un pellegrinaggio civile che lo ha visto più volte al fianco della popolazione ucraina. Non si è trattato, va detto, di una semplice visita di cortesia. La sua assenza alla cerimonia, peraltro, non rappresenta una novità assoluta: l’attore aveva già saltato appuntamenti cruciali come i Bafta e gli Screen Actors Guild Awards, pur vincendoli entrambi, dimostrando una certa insofferenza verso la macchina dei premi e i suoi rituali. In passato, del resto, aveva dichiarato di considerare le competizioni attoriali qualcosa di profondamente distante dalla sua sensibilità, arrivando persino a proporre, in un impeto di furore polemico, di fondere le sue due precedenti statuette — quelle vinte per Mystic River e Milk — per trasformarle in munizioni destinate alla resistenza ucraina. Un’iperbole, la sua, che però dice molto sulla gerarchia di valori che orienta le sue scelte pubbliche e private.

Il dono delle ferrovie ucraine: un Oscar di ferro

Ed è proprio in quel paese, l’Ucraina, che Penn ha ricevuto un riconoscimento ben più simbolico e toccante di qualsiasi premio accademico. Oleksandr Pertsovskyi, amministratore delegato delle Ferrovie Ucraine, ha diffuso sui social un video in cui consegna all’attore una statuetta speciale, un “IronOscar” realizzato artigianalmente. Il metallo con cui è stata forgiata non proviene dalle fonderie di lusso di Los Angeles, ma dai rottami di un vagone ferroviario danneggiato dai bombardamenti russi. “Visto che ti stai perdendo la cerimonia degli Oscar...”, si sente dire Pertsovskyi nel filmato, quasi a voler scherzosamente giustificare l’iniziativa, “abbiamo deciso di fartene uno noi”. La statuetta, piatta e dalla superficie grezza, non ha lo scintillio dell’oro, ma possiede una qualità che l’originale non potrà mai avere: è intrisa della storia recente, del dolore e della resistenza di un popolo. Il gesto, carico di significato, trasforma un oggetto di celebrazione cinematografica in un emblema di solidarietà concreta.

Un’amicizia che attraversa il conflitto

L’incontro con Pertsovskyi è solo l’ultimo atto di un rapporto che lega Penn all’Ucraina ben prima che le truppe russe varcassero il confine nel 2022. L’attore, che aveva già donato una delle sue statuette a Zelensky in segno di sostegno, è stato accolto più volte come un ospite d’onore, e il presidente ucraino non ha mancato di ringraziarlo pubblicamente, definendolo un “vero amico”. Durante questa ultima visita, il leader di Kiev ha postato una foto dell’incontro sui propri canali social, sottolineando come Penn sia stato al fianco del paese sin dal primo giorno dell’invasione su vasta scala. Una presenza, la sua, che va oltre la testimonianza e che lo ha visto impegnato in prima linea, quasi volesse controbilanciare con l’azione il privilegio della propria notorietà. Mentre Culkin ritirava il premio a Los Angeles, a migliaia di chilometri di distanza, un altro Oscar, fatto di ferro e memoria, passava nelle mani di un uomo che ha deciso che certe battaglie valgono più di qualsiasi applauso.

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