Biella, la procura archivia la denuncia per molestie: "Sotto il seno non è zona erogena"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Biella, che l'avvocata difensora della donna ha definito di "estrema gravità", solleva interrogativi pungenti sulle soglie processuali della molestia sessuale in ambito lavorativo. Il pm Dario Bernardeschi ha infatti chiesto al giudice di archiviare le accuse di violenza e molestie sessuali mosse da una dipendente con ventisei anni di anzianità nei confronti del suo superiore, un 51enne responsabile del reparto Finissaggio e Rammendo del lanificio Ferla Egidio spa di Valdilana. La donna, le cui dichiarazioni sono state raccolte dalla magistratura, aveva descritto, a partire dal settembre 2013, una condotta da parte del caporeparto che ella riteneva mobbizzante e persecutoria, generatrice di uno stato di "shock e terrore" per via di comportamenti che includevano, secondo la sua ricostruzione, azioni vessatorie e sessualmente moleste.

Il nodo centrale della vicenda giudiziaria

L'opposizione della difesa e il caso mediatico

L'avvocata della lavoratrice, Cristina Morrone, ha prontamente depositato un'opposizione alla richiesta di archiviazione, esprimendo sconcerto per la linea interpretativa seguita. "Appare di estrema gravità apprendere che il Pubblico Ministero non ritenga dotata di rilevanza penale la condotta di un datore di lavoro che sfiora o tocca il fondoschiena di una propria dipendente", ha argomentato la legale, sottolineando come la valutazione del caso sembri eccessivamente ancorata a una lettura anatomico-formale della vicenda. La questione, che trascende il singolo episodio per toccare temi più ampi sulla percezione e la tutela della dignità della persona sul posto di lavoro, è destinata a rimbalzare ora in udienza davanti al giudice, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta della procura.

Il contesto aziendale e le implicazioni

La vertenza si è sviluppata all'interno di un contesto aziendale preciso, un lanificio del biellese dove l'uomo ricopriva un ruolo di supervisione su una decina di dipendenti. La lunga permanenza in azienda della donna, che vantava oltre un quarto di secolo di servizio, rende il quadro ancor più complesso, delineando una relazione lavorativa di lunga durata all'interno della quale, secondo l'accusa, si sarebbero insinuate le condotte moleste. La vicenda giudiziaria, nel suo svolgersi, ha portato alla luce le difficoltà di qualificare giuridicamente comportamenti che, pur nella loro possibile ambiguità descrittiva, vengono vissuti dalla persona che li subisce come invasivi e lesivi della propria sfera personale, indipendentemente dalla classificazione medica delle zone del coinvolte.

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