Parolin, Zuppi e il conclave a trazione italiana: i nodi da sciogliere
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Redazione Interno
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L’Italia, che con i suoi diciannove cardinali elettori sarà al più tardi tra due settimane la nazione più rappresentata in conclave, torna a giocare un ruolo centrale dopo tre pontificati consecutivi guidati da pontefici non italiani. Se Karol Wojtyła, nel 1978, aveva interrotto una tradizione lunga mezzo millennio, oggi i nomi più influenti – come quelli del segretario di Stato Pietro Parolin e del presidente della Cei Matteo Zuppi – riportano l’attenzione sul "fattore Italia". Ma la strada verso l’elezione del nuovo papa è lastricata di interrogativi, a cominciare dalla composizione stessa del collegio cardinalizio.
La decisione di papa Francesco di superare il tetto di centoventi elettori, fissato da Paolo VI e mai formalmente abolito, ha creato non poche perplessità. Sebbene la Universi Dominici Gregis, la costituzione apostolica di Giovanni Paolo II del 1996, non abbia modificato quel limite, la prerogativa del pontefice di derogare alle norme è incontestabile. Tredici cardinali in più, dunque, entreranno in conclave, in quella che alcuni interpretano come una sanatoria voluta per influenzare l’esito dell’elezione. Tra i nodi irrisolti c’è anche la posizione del cardinale Angelo Becciu, la cui partecipazione al voto è incerta dopo le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto.
Intanto, tra i porporati chiamati a decidere spicca la figura atipica del cardinale Giorgio Marengo, missionario in Mongolia: originario di Cuneo, guida una diocesi vastissima – oltre un milione e mezzo di chilometri quadrati – dove i cattolici sono appena milleseicento, dispersi in un mare di steppe. La sua presenza, seppur simbolica, testimonia la volontà di Francesco di ampliare i confini della Chiesa.




