Trump spinge per un vertice con Kim Jong-un in autunno, mentre la Corea del Nord minaccia ritorsioni
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Redazione Esteri
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Il presidente americano Donald Trump starebbe premendo con insistenza sui suoi collaboratori per organizzare un incontro con il leader nordcoreano Kim Jong-un già a partire da questo autunno. A rivelarlo è il Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi secondo i quali l’obiettivo dichiarato sarebbe quello di rilanciare l’ambizioso tentativo diplomatico che aveva contraddistinto il primo mandato di Trump, quando i due leader si erano incontrati in più occasioni con la speranza di convincere Pyongyang a fare un passo indietro sul programma di armi nucleari.
In quelle stesse ore, tuttavia, da Pyongyang arrivano segnali tutt’altro che distensivi: la Corea del Nord ha infatti minacciato di adottare misure di “autodifesa” in risposta alle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, promettendo di “neutralizzare completamente” quella che definisce come la minaccia rappresentata dai Paesi nemici.
Il pressing di Trump per un nuovo summit
Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe valutando con crescente attenzione la possibilità di un nuovo faccia a faccia tra Trump e Kim Jong-un, che rappresenterebbe il primo incontro tra i due dopo la stagione dei summit degli anni scorsi. L’iniziativa, che mira a riportare al centro del dialogo il tema della denuclearizzazione della penisola coreana, riprenderebbe il filo di una strategia che Trump aveva fortemente voluto nel suo primo mandato, caratterizzata da un approccio personale e diretto, fatto di colpi di scena e dichiarazioni ad effetto.
La tempistica indicata dai funzionari Usa punterebbe all’autunno, in concomitanza con un viaggio presidenziale in Asia che potrebbe offrire la cornice ideale per un vertice riservato o per un incontro organizzato in uno dei Paesi terzi tradizionalmente neutrali. L’amministrazione americana, a quanto si apprende, avrebbe già iniziato a sondare il terreno con i canali diplomatici disponibili, sebbene al momento non siano state fornite conferme ufficiali né dalla Casa Bianca né dal Dipartimento di Stato.
Le minacce di Pyongyang e le esercitazioni militari
Proprio mentre si susseguono le indiscrezioni su un possibile vertice, la Corea del Nord ha alzato il tono dello scontro verbale contro le esercitazioni congiunte che Stati Uniti e Corea del Sud stanno svolgendo nella regione. L’agenzia ufficiale nordcoreana Kcna ha diffuso un commento – riportato dall’agenzia sudcoreana Yonhap – in cui si parla di misure di “autodifesa” per rispondere a quelle che Pyongyang considera provocazioni militari inaccettabili.
Nel testo, diffuso con la consueta retorica bellicosa, si afferma che le forze nordcoreane sono pronte a “neutralizzare completamente” la minaccia percepita, senza tuttavia fornire dettagli operativi su quali azioni concrete potrebbero essere intraprese. Le esercitazioni tra Seul e Washington, che erano iniziate lunedì, hanno subito una riduzione della durata: l’esercito sudcoreano ha infatti annunciato che si concluderanno già venerdì, anziché proseguire fino al 27 agosto come inizialmente programmato.
La decisione di accorciare i tempi delle manovre arriva dopo che domenica scorsa Trump aveva definito le stesse esercitazioni come un “segnale del tutto inappropriato e ostile” nei confronti della Corea del Nord, un’affermazione che aveva suscitato sorpresa tra gli alleati asiatici e negli ambienti della difesa.
Il contesto diplomatico e le reazioni nella regione
Il tentativo di riaprire un canale diretto con Kim Jong-un si inserisce in un quadro internazionale complesso, in cui le diplomazie regionali osservano con attenzione ogni mossa di Washington e Pyongyang. La scelta di Trump di accelerare i tempi per un incontro, nonostante le minacce appena arrivate da Pyongyang, potrebbe essere letta come un tentativo di mantenere viva una iniziativa che aveva caratterizzato la sua precedente presidenza, con momenti di grande teatralità come il primo storico vertice di Singapore.
D’altro canto, la Corea del Nord non ha mai abbandonato il proprio programma di sviluppo missilistico e nucleare, e le dichiarazioni di questi giorni sembrano ribadire la ferma intenzione di non cedere su quello che considera un diritto inalienabile alla deterrenza. Le esercitazioni ridotte nella durata rappresentano una concessione implicita alle critiche di Trump, ma al tempo stesso mostrano quanto sia sottile il filo su cui si muove l’amministrazione americana, divisa tra la volontà di dialogare e la necessità di mantenere una posizione di forza alleata con Seul e Tokyo.
La posizione di Seul e le implicazioni per l’alleanza
La Corea del Sud, da parte sua, si trova in una posizione delicata: da un lato deve gestire il rapporto con l’alleato statunitense e le esigenze di difesa congiunta, dall’altro non può ignorare le reazioni di Pyongyang, che da decenni condizionano la stabilità della penisola. La decisione di ridurre la durata delle esercitazioni, presa dopo le parole critiche di Trump, ha inevitabilmente sollevato interrogativi sulla continuità della politica di deterrenza e sulla capacità di Seul di bilanciare le pressioni interne ed esterne.
Gli analisti osservano che la mossa di Trump potrebbe essere finalizzata a creare le condizioni per un annuncio a sorpresa durante il viaggio in Asia, magari con l’obiettivo di strappare a Kim Jong-un qualche impegno formale, per quanto vago, sulla limitazione dei test o sull’accesso agli ispettori internazionali. Al momento, tuttavia, le fonti ufficiali tacciono e le uniche certezze restano le minacce di Pyongyang e la frenetica attività diplomatica che precede ogni possibile vertice tra i due leader, la cui realizzazione concreta appare ancora tutta da verificare.
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