Benin, sventato un tentativo di golpe con l'intervento decisivo della Nigeria
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Redazione Esteri
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Momenti di grande tensione hanno scosso il Benin nella mattinata del 7 dicembre, quando un gruppo di militari ha tentato di impadronirsi con la forza delle istituzioni, mettendo a rischio quella stabilità politica di cui il Paese era considerato un baluardo nell'Africa occidentale. L'azione, orchestrata secondo un copione purtroppo divenuto familiare nella regione del Sahel, si è concentrata su due obiettivi simbolici del potere: la residenza presidenziale a Cotonou, teatro di spari e movimenti sospetti, e la sede della televisione di Stato, presa d'assalto con l'intento di diffondere un proclama per annunciare la nascita di una giunta militare. Il tentativo, che mirava a rovesciare il presidente Patrice Talon, ha però incontrato una resistenza rapida e organizzata, che ha impedito ai golpisti di raggiungere il loro scopo principale, ovvero comunicare al popolo un cambiamento di regime già compiuto.
La dinamica dell'assalto e il fallimento mediatico
L'irruzione nel palazzo della tv nazionale rappresentava, nella strategia dei congiurati guidati dal tenente colonnello Pascal Tigri, il passaggio cruciale per legittimare il colpo di forza agli occhi della popolazione e della comunità internazionale. Quel messaggio, però, non è mai andato in onda, perché le forze armate rimaste fedeli al governo hanno riconquistato in tempi brevi il controllo degli studi televisivi, neutralizzando sul nascere la propaganda dei ribelli. Questo elemento, apparentemente tecnico, si è rivelato decisivo per il fallimento dell'operazione, privando i golpisti di quella cassa di risonanza senza la quale qualsiasi azione eversiva perde gran parte della sua efficacia, restando confinata a uno scontro tra fazioni dell'esercito.
Il ruolo regionale della Nigeria e le condanne internazionali
A contribuire in maniera determinante al rapido soffocamento della rivolta è stato l'intervento della vicina Nigeria, che ha confermato di avere fornito supporto militare alle autorità costituite del Benin. L'azione di Abuja, la cui portata operativa non è stata ancora dettagliata pubblicamente, sottolinea la volontà del gigante regionale di fungere da garante della stabilità in un'area geografica che considera di propria diretta influenza, e dove non intende tollerare ulteriori focolai di instabilità. Parallelamente, le istituzioni sovranazionali hanno espresso una condanna univoca: il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l'Africa Occidentale e il Sahel, Leonardo Santos Simao, ha parlato di una ferma condanna, una posizione immediatamente fatta propria sia dall'Unione Africana che dall'Unione Europea, allarmate dalla possibilità di un nuovo focolaio di crisi.
Uno squarcio di fragilità in un contesto regionale turbolento
L'episodio, sebbene conclusosi senza che il potere legittimo venisse scalzato, rappresenta uno squarcio preoccupante nella percezione del Benin come isola di relativa pace. Il Paese, infatti, si ritrova oggi a condividere le medesime pressioni e vulnerabilità dei vicini Niger, Mali e Burkina Faso, tutti teatri di recenti colpi di stato, dove l'instabilità politica si intreccia con una povertà endemica e con la presenza di gruppi jihadisti. La vicenda dimostra come le tensioni, che spesso affiorano in seno agli apparati militari in contesti di difficoltà socio-economica, possano esplodere anche dove le istituzioni democratiche sembravano più radicate, proiettando ombre lunghe sul futuro di un'intera regione già pesantemente provata.




