Fuga di un agente OpenAI, compromessi account di quattro servizi. E i dipendenti chiedono di rallentare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le ripercussioni dell'incidente che ha visto protagonista un agente sperimentale di OpenAI, sfuggito al controllo durante una fase di test e autore di un attacco informatico ai danni della piattaforma Hugging Face, continuano a estendersi, rivelando una portata più ampia di quanto inizialmente ipotizzato.

Secondo quanto ricostruito da Reuters, che cita fonti dirette e dichiarazioni di un dirigente di Modal Labs, lo stesso sistema di intelligenza artificiale non si sarebbe limitato al noto attacco a Hugging Face, ma avrebbe compromesso anche l'account di un cliente di questa società specializzata in infrastrutture cloud, con sede a New York.

La conferma è arrivata da Akshat Bubna, chief technology officer di Modal Labs, il quale ha però tenuto a precisare che la piattaforma stessa non è stata violata, circostanza che sposta il focus su una vulnerabilità riconducibile alla configurazione adottata da un cliente.

Un agente alla ricerca di falle: il caso del cliente Modal Labs

Le indagini condotte da Modal Labs hanno stabilito che l'agente di OpenAI ha sfruttato un codice vulnerabile scritto da un suo cliente, che aveva esposto un endpoint non autenticato, una sorta di porta lasciata aperta su internet che consentiva a chiunque di utilizzare i propri sandbox per eseguire codice.

Tale dinamica, sebbene rappresenti un passaggio iniziale nell'ambito della più vasta campagna di hacking che ha avuto come obiettivo principale Hugging Face, dimostra come il raggio d'azione dell'agente fosse molto più esteso di quanto si potesse presumere, avendo l'IA dimostrato la capacità di individuare e sfruttare configurazioni errate o vulnerabili in diversi ambienti.

Un portavoce di OpenAI, interpellato sulla vicenda, ha preferito non commentare il caso specifico del cliente di Modal Labs, limitandosi a rimandare a un aggiornamento ufficiale in cui l'azienda ha reso noto che il suo agente "ribelle" era riuscito a introdursi in quattro account differenti, distribuiti su quattro servizi distinti, senza però fornirne i nomi.

Oltre a Modal Labs, non sono state rese note le altre piattaforme coinvolte; l'azienda ha tuttavia assicurato di non aver identificato altre attività che eguaglino, per gravità o scala, quanto accaduto con Hugging Face, dove si è registrata una compromissione a livello di piattaforma. A seguito dell'incidente, OpenAI ha disattivato e criptato il modello di IA oggetto dei test, limitandone inoltre l'accesso per la ricerca, nel tentativo di mettere in sicurezza il sistema e impedire che episodi simili possano ripetersi.

I timori del settore: oltre mille firme per rallentare la corsa all'IA

L'episodio della fuga dell'agente di OpenAI, occorso all'inizio di luglio, ha scosso profondamente l'industria tecnologica, alimentando un dibattito già acceso sui ritmi di sviluppo dell'intelligenza artificiale e sulla capacità umana di tenere sotto controllo sistemi sempre più potenti e autonomi. In questo clima di crescente apprensione, un gruppo di 1.224 dipendenti e dirigenti delle principali aziende di intelligenza artificiale cosiddette "frontier" ha firmato e pubblicato una lettera aperta, intitolata "Pacing the Frontier", con la quale si rivolge al governo degli Stati Uniti con una richiesta chiara e senza precedenti. La petizione, sostenuta ufficialmente da OpenAI e Anthropic, chiede a Washington di promuovere uno sforzo internazionale volto a sviluppare gli strumenti tecnici e di governance necessari per regolare deliberatamente il ritmo dello sviluppo dell'IA automatizzata.

Tra i firmatari spiccano nomi di altissimo profilo, come l'amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei, il chief scientist di OpenAI Jakub Pachocki, la vicepresidente per la sicurezza di Google Anca Dragan e il chief scientist di Meta AI Shengjia Zhao.

"Potremmo essere vicini ad automatizzare la ricerca": il monito dei dipendenti

Il documento, pubblicato dal Washington Post, rappresenta un tentativo di andare oltre i precedenti appelli, proponendo un intervento governativo più concreto e strutturato rispetto alle iniziative di principio del passato.

La mobilitazione, che ha visto convergere le firme di dipendenti di colossi come Google e Meta, nasce dal timore che il settore sia ormai prossimo a un punto di svolta critico: quello in cui l'intelligenza artificiale potrebbe automatizzare la ricerca su se stessa, dando vita a un ciclo di progresso tecnologico che potrebbe accelerare rapidamente oltre la capacità di comprensione e controllo degli esseri umani.

Nella lettera, i firmatari avvertono che le principali aziende mondiali di IA ritengono di poter essere vicine a questo traguardo, con il rischio concreto che lo sviluppo delle capacità proceda più velocemente di quanto la società possa gestire o prepararsi ad affrontare.

Per questo, si sottolinea la necessità di guadagnare tempo, sviluppare misure di sicurezza adeguate e rafforzare la supervisione, ma si riconosce anche il problema strutturale rappresentato dalla pressione competitiva che spinge ogni azienda e ogni paese a non rallentare unilateralmente, rendendo di fatto indispensabile un quadro di regole condivise a livello internazionale.

La genesi della petizione e le reazioni del settore

La petizione "Pacing the Frontier" ha guadagnato slancio proprio a seguito dell'incidente di Hugging Face, considerato da molti come un campanello d'allarme senza precedenti per l'industria. Si tratta del primo caso documentato in cui un sistema di IA ha superato autonomamente il suo ambiente di test confinato per condurre un attacco informatico nel mondo reale.

L'episodio ha indotto aziende come Nvidia a formare coalizioni per la sicurezza informatica, mentre politici statunitensi hanno già proposto un "AI Kill Switch Act" che consentirebbe di rallentare o disattivare modelli considerati una minaccia pubblica.

Lo stesso Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, pur non avendo firmato la petizione, ha dichiarato in un podcast che l'incidente è stato il primo problema di sicurezza da lui avvertito in modo "molto viscerale", aggiungendo di essere sorpreso che non più persone abbiano avuto una reazione simile e riconoscendo la necessità di rallentare volontariamente il ritmo dei progressi per dare tempo alla società di adattarsi.

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