Esposoma solare: quando il cambiamento climatico minaccia la pelle (e non solo i raggi UV)

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Parlare di prevenzione in estate significa concentrarsi sull’uso di creme, sull’ormai celebre Fattore di Protezione Solare (SPF) e sui raggi ultravioletti, ma oggi non basta più. Surriscaldamento globale, ondate di calore e inquinamento, quest’ultimo peggiorato notevolmente dal caldo estremo specie in città, hanno nuove conseguenze sulla salute della pelle che vanno ben oltre la tradizionale scottatura.

È in questo contesto che si inserisce il concetto di "esposoma solare", un termine che gli specialisti utilizzano per descrivere l'insieme delle esposizioni ambientali cumulative a cui la pelle è sottoposta nell'arco della vita, e che include fattori fisici e chimici la cui azione combinata, come vedremo, modifica radicalmente l'approccio alla protezione dermatologica.

Oltre i raggi UV: l'impatto dell'inquinamento e del calore estremo

Se fino a qualche anno fa la parola d'ordine era "proteggersi dai raggi UVA e UVB", oggi il quadro si è fatto più complesso. L'inquinamento atmosferico, specialmente il particolato fine e gli ossidi di azoto, interagisce con i raggi ultravioletti creando un cocktail aggressivo per le barriere cutanee. Il caldo estremo, poi, non solo aumenta la produzione di sebo e favorisce la disidratazione, ma amplifica la permeabilità della pelle alle sostanze tossiche presenti nell'aria.

Come spiega Pietro Quaglino, direttore della Clinica Dermatologica dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, «gli UVA costituiscono circa il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la terra, penetrano in profondità, fino al derma e favoriscono la formazione di specie reattive dell’ossigeno responsabili dello stress ossidativo e del fotoinvecchiamento».

Un meccanismo, quello dello stress ossidativo, che viene esponenzialmente accelerato dalla presenza di sostanze inquinanti, le quali generano ulteriori radicali liberi, sovraccaricando i sistemi di difesa naturali dell'organismo.

La percezione dei rischi e il divario culturale sulla prevenzione

Nonostante la crescente attenzione verso la cura della pelle e il proliferare di prodotti sempre più sofisticati, permane un divario culturale piuttosto ampio riguardo alla percezione dei reali pericoli legati all'esposizione solare. Secondo i dati emersi dall’Osservatorio Heliocare, un’indagine condotta su 6mila soggetti con l'obiettivo di raccogliere informazioni sulle abitudini al sole e conoscere direttamente i comportamenti della popolazione per orientare le campagne di sensibilizzazione, quasi un italiano su due continua ad associare l'abbronzatura a un’idea di salute o bellezza.

Solo il 28% degli intervistati, tuttavia, è realmente consapevole dei danni cutanei provocati dall’esposizione ai raggi UV, e questa percentuale si riduce ulteriormente quando si considera l'effetto combinato con caldo e smog. Un dato, questo, che evidenzia quanto la percezione dei rischi resti ancora parziale, nonostante l'impegno delle società scientifiche nel diffondere una cultura della prevenzione che non può più limitarsi alla semplice applicazione di un filtro prima di uscire di casa.

La fisica dell'abbronzatura e il ruolo dei filtri solari

Uno degli equivoci più radicati, e che emerge con forza nei mesi estivi, è la convinzione che i filtri solari impediscano l'abbronzatura. Si tratta di un falso mito che affonda le radici nella scarsa conoscenza dei meccanismi fisici alla base della pigmentazione cutanea. Le creme solari, infatti, non bloccano completamente l'azione dei raggi ultravioletti ma ne riducono l'intensità, schermando le lunghezze d'onda più dannose per il DNA cellulare. In questo modo, la pelle produce melanina gradualmente, senza subire lo shock della scottatura che rappresenta una vera e propria lesione tissutale.

L'abbronzatura che si ottiene lentamente e in sicurezza è un meccanismo di difesa naturale, mentre quella rapida e intensa è spesso il segnale di un danno cellulare che l'organismo tenta di riparare in fretta. L'uso corretto di un prodotto con un adeguato SPF, quindi, non impedisce di colorarsi ma garantisce che il processo avvenga nel rispetto delle capacità fisiologiche della pelle, riducendo drasticamente il rischio di eritemi e di accumulo di mutazioni genetiche nel tempo.

Le categorie più esposte: bambini, adolescenti e lavoratori all'aperto

L'attenzione alla prevenzione deve tenere conto delle diverse vulnerabilità legate all'età e allo stile di vita, come sottolineato dagli esperti in occasione delle ultime campagne informative. «Il sole preso in maniera intermittente, le scottature o le lampade, sono la causa principale del melanoma che colpisce la giovane età e l'età media. Bambini e adolescenti non si devono scottare. L'altro tipo di melanoma, meno aggressivo, è quello da esposizione cronica al sole, come sportivi o lavoratori all'aperto».

Questa distinzione è fondamentale per modulare le strategie di protezione: mentre i più piccoli e i giovani adulti hanno un rischio maggiore di sviluppare forme aggressive di cancro della pelle in seguito a scottature episodiche ma violente, gli adulti che svolgono attività lavorative all'aperto sono esposti a un danno cumulativo che, sebbene meno fulminante, richiede una protezione costante e mirata, spesso resa complicata dal sudore, dal contatto con polveri e dalla difficoltà di riapplicare il prodotto durante l'orario di lavoro.

L'aumento delle ondate di calore, in questo senso, rende ancora più gravoso il quadro per queste categorie, che si trovano a gestire non solo il rischio oncologico ma anche quello immediato dei colpi di calore e della disidratazione.

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