Trump e l'Fbi: il raid nella casa di Bolton e la giustizia come arma politica
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Redazione Esteri
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La presidenza di Donald Trump segna un nuovo capitolo nei rapporti, già tesi, tra il potere esecutivo e le agenzie federali, le quali – com’è emerso con il recente caso di John Bolton – sembrano sempre più orientate a finalità che oltrepassano la mera applicazione della legge. L’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, figura di spicco del Partito Repubblicano e ormai acerrimo critico del presidente, è finito nel mirino di un’inchiesta federale che ha portato a un’irruzione degli agenti dell’Fbi nella sua abitazione privata nel Maryland, all’alba, dove sono stati prelevati documenti sotto gli occhi delle telecamere.
L’operazione, che rientrerebbe in un’indagine sulla gestione di materiale classificato da parte di Bolton – il quale avrebbe incluso informazioni riservate nel suo libro di memorie –, assume contorni particolarmente controversi se si considera la tempistica e il modus operandi. L’azione giudiziaria arriva infatti dopo una serie di provvedimenti amministrativi, come la revoca della scorta e delle autorizzazioni di sicurezza all’ex consigliere, nonostante le pubbliche minacce ricevute da Teheran per la sua attività precedente.
A guidare l’ufficio del direttore dell’Fbi è stato insediato Kash Patel, noto esponente dell’area Maga e sostenitore di teorie cospirative, segnale di una politicizzazione sempre più marcata degli apparati di sicurezza nazionale. La nomina di figure partisan in ruoli chiave del dipartimento di Giustizia e delle agenzie investigative solleva interrogativi non da poco sull’effettiva indipendenza di queste strutture e sull’uso strumentale che se ne potrebbe fare.
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