I radicali sul caso Demartis: «Il modello di taser in dotazione è un problema»
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Redazione Interno
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A dieci giorni dalla morte di Gianpaolo Demartis, l’imprenditore di Bulteis deceduto dopo essere stato immobilizzato con il dissuasore elettrico dai carabinieri, il Partito Radicale è intervenuto pubblicamente sulla questione, sollevando dubbi stringenti circa il modello di taser attualmente in uso alle forze dell’ordine. Maurizio Turco, segretario del partito, ha citato le conclusioni del perito, il quale ha ascritto il decesso «a uno scompenso cardiaco in cardiopatia ischemica», rilevando però la presenza di uno stent coronarico. Sebbene l’autopsia – condotta dal professor Salvatore Lorenzoni per la Procura di Tempio – non abbia indicato la scarica come elemento determinante, i radicali pongono l’accento sulla pericolosità di un’arma che, in presenza di patologie pregne, può innescare esiti letali.
Il caso di Demartis, assieme a quello di Elton Bani, riporta infatti al centro del dibattito la legittimità dell’utilizzo del Taser, introdotto in Italia nel 2014 durante il governo Renzi e inizialmente distribuito soltanto a reparti speciali, per poi essere esteso a sempre più operatori di polizia e arma dei carabinieri. Quella dei radicali non è una presa di posizione isolata, ma si inserisce in un solco critico già tracciato da associazioni per i diritti civili e da una parte della politica, le quali da tempo mettono in guardia sui rischi connessi a un impiego indiscriminato del dispositivo.
D’altro canto, il Sindacato Intermedio Carabinieri (S.I.M.) è sceso in campo a difesa dei militari coinvolti nell’episodio di Olbia, i quali sono attualmente indagati. In un comunicato, il sindacato ha rimarcato come l’esito autoptico abbia «chiarito definitivamente i fatti», escludendo il nesso causale diretto tra la scarica e la morte e attribuendo invece il decesso a cause naturali, seppure in concomitanza con l’intervento. Una tesi, questa, che mira a scagionare i militari da quelle che vengono definite «maldestre insinuazioni» e condanne facili da parte dell’opinione pubblica.




