Tornatore racconta Brunello Cucinelli, un italiano da romanzo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Provando a dribblare con intelligenza l’agiografia, operazione peraltro ardua quando si ha a che fare con un personaggio la cui parabola sembra uscita da un racconto edificante, Giuseppe Tornatore ha scelto di costruire un’opera che sta a metà tra il film e il documentario. Intitolato "Brunello, il visionario garbato", il lavoro del regista premio Oscar esalta infatti il viaggio, umano e professionale, dello stilista umbro, un viaggio che, come lo stesso Tornatore ha sottolineato, possiede la rara capacità di parlare anche alle generazioni più giovani. Perché quella di Cucinelli, che lui preferisce definire una "favola moderna", è una storia di estro e concretezza, tipica di un self-made man all’italiana, nata da un’infanzia povera in termini economici ma ricchissima di affetto, vissuta in un casale umbro insieme a tredici familiari. Un’adolescenza trascorsa poi a Ferro di Cavallo, in provincia di Perugia, e infine il trasferimento a Solomeo, compiuto al seguito della fidanzata Federica, che sarebbe poi diventata sua moglie: tappe di un’allegra scorribanda che lo avrebbero condotto, dopo i venticinque anni, a scoprire quella vocazione per la maglieria di qualità destinata a trasformarsi nell’impero dell’alta moda che tutti oggi conoscono.
Una famiglia in primo piano
Per la prima volta insieme a parlare dell’uomo che le accomuna, le donne della sua vita – la moglie Federica e le figlie Camilla e Carolina – si mostrano sedute su divani bianchi, con il camino acceso e il verde del borgo di Solomeo come sfondo. I loro aggettivi, scelti per definirlo, si accavallano e completano a vicenda, dipingendo un ritratto a più voci: «generoso e determinato» per la consorte, «umile, generoso e visionario» per la figlia maggiore, «trascinante» per la secondogenita. Emerge così l’immagine di un imprenditore che ha costruito in pochi decenni non solo un brand di cashmere quotato in borsa, sinonimo di eccellenza del Made in Italy nel mondo, ma soprattutto un modello aziendale del tutto peculiare, basato sulla cosiddetta dignità del lavoro e su quel capitalismo etico che rappresenta ormai il suo marchio di fabbrica. Una figura, la sua, che va ben oltre il semplice successo economico, configurandosi piuttosto come quella di un italiano da romanzo, come è stato più volte definito.
Dal borgo umbro al grande schermo
Arrivato martedì 9 dicembre nelle sale cinematografiche, il film di Tornatore racconta dunque la storia di quell’inventore schivo ma geniale, partito da Castel Rigone, che ha dedicato la propria esistenza a costruire una macchina in grado di catturare i ricordi e di restituirli sotto forma di immagini viventi. Una metafora, questa, che ben si applica all’intera opera del regista, il quale, attraverso il suo sguardo, restituisce al pubblico i frammenti vividi di un’esistenza straordinaria. Senza dimenticare, tra gli interpreti del film, anche l’orvietana Emma Fatone, scelta proprio da Tornatore per contribuire a questo affresco narrativo, un tassello in più di quella cultura umbra che fa da humus costante alla vicenda.
Un modello che parla al presente
Ciò che colpisce, al di là dei successi imprenditoriali ormai consolidati, è la persistente attualità del messaggio di Cucinelli, specialmente in un’epoca storico come l’attuale, spesso tacciata di individualismo sfrenato. La sua filosofia, incentrata sul valore etico del lavoro e su un umanesimo imprenditoriale che guarda al benessere delle persone come a un fine e non a un mezzo, si staglia come una fonte di ispirazione concreta. Non si tratta di mere dichiarazioni di principio, ma di scelte operate giorno per giorno nella gestione dell’azienda e nella cura del borgo di Solomeo, trasformato in una sorta di ideale città del futuro. Un’eredità, la sua, che viene ora affidata anche alla pellicola, affinché quel viaggio, quella favola moderna, possano continuare a parlare e a interrogare chiunque vi si avvicini.




