Il busto del Cristo Salvatore a Roma: un'opera lunga secoli riemerge dall'anonimato per essere ricondotta a Michelangelo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Per generazioni di fedeli e visitatori è stato semplicemente un oggetto di devozione collocato all'interno della Basilica di Sant’Agnese fuori le mura, un manufatto pregevole ma privo di una paternità certa, catalogato negli archivi come opera di un anonimo della scuola romana del XVI secolo. Oggi, quel busto in marmo raffigurante il Cristo Salvatore, che da secoli osserva i transiti nella navata del complesso monumentale sulla via Nomentana, potrebbe vedere mutata radicalmente la propria identità artistica: una ricerca durata un decennio, condotta dalla studiosa indipendente Valentina Salerno, ne ha infatti proposto la riattribuzione a Michelangelo Buonarroti, il genio del Rinascimento fiorentino. L’annuncio è stato dato nel corso di una conferenza stampa indetta all’interno della stessa basilica, alla presenza dell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi che custodisce il sito, un contesto, questo, che conferisce alla scoperta un crisma di ufficialità e apre le porte a un dibattito che si preannuncia acceso tra gli storici dell’arte.
Il lavoro della Salerno, presentato come parte di uno studio più ampio dal Titolo “Michelangelo gli ultimi giorni”, si distingue per un approccio metodologico che privilegia la ricerca d’archivio rispetto alla mera analisi stilistica, sebbene quest’ultima non sia stata tralasciata. La ricercatrice, che non nasconde il suo approccio da “investigatrice” più che da accademica tradizionale, ha setacciato per anni un’imponente mole di documenti: testamenti, carteggi privati, diari di viaggio, inventari notarili e atti di confraternite, coprendo un arco temporale che dal 1564, anno della morte dell’artista, arriva fino ai nostri giorni. L’obiettivo primario, ha spiegato la stessa Salerno, non era la riscoperta di quest’opera specifica, ma una ricostruzione più fedele e dettagliata della biografia romana di Michelangelo, un periodo della sua vita che le fonti tradizionali, a cominciare da Giorgio Vasari, avevano dipinto con tinte fosche, parlando di un vecchio burbero e incline a distruggere i propri lavori. Ed è stato proprio seguendo queste tracce documentali, ricomponendo i rapporti con allievi e sodali, che la studiosa è incappata in quella che definisce una scoperta “collaterale”: la prova che il busto di Sant’Agnese non fosse semplicemente un’opera di scuola, ma un originale del maestro toscano.
A rendere ancora più suggestiva la vicenda è la ricostruzione del percorso compiuto dalla scultura dopo la morte del Buonarroti. Secondo la ricerca, l’artista, lungi dal distruggere bozzetti e opere incompiute, ne avrebbe invece predisposto con lucidità la salvaguardia, affidandoli a una cerchia ristretta di allievi e amici fidati per sottrarli alle brame dei potenti che, alla sua scomparsa, avrebbero voluto impossessarsi di qualsiasi suo lascito. Il materiale, che includeva anche il busto del Cristo Salvatore, sarebbe stato inizialmente occultato in una sorta di stanza segreta, forse presso la basilica di San Pietro in Vincoli, accessibile solo con un sistema di chiavi multiple. Solo due decenni più tardi, il cardinale Alessandro de' Medici, futuro papa Leone XI e confratello di una compagnia legata all’ambiente lateranense, decise di portare il busto a Sant’Agnese, collocandolo nel proprio studiolo privato. Fu in quel passaggio, però, che si perse la memoria dell’autore: l’opera, separata dal suo contesto documentale originario, venne archiviata come anonima, un errore che ne ha di fatto celato l’identità per oltre quattro secoli.




