Il capo della Cia a l’Avana: la partita a scacchi tra Trump e Cuba si fa più serrata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Che la Casa Bianca consideri l’isola di Cuba un tassello fondamentale nella sua strategia di contenimento globale – specialmente nei confronti di Pechino e Mosca – non è certo una novità. Tuttavia, il viaggio a sorpresa del direttore della Cia, John Ratcliffe, giovedì scorso all’Avana, rappresenta un segnale tattico di notevole peso, destinato a scardinare equilibri che resistevano da decenni. Ratcliffe, che guida l’agenzia di intelligence esterna americana (quella stessa che nel lontano 1961 pianificò il fallito sbarco alla Baia dei Porci), è stato ricevuto dal ministro dell’Interno cubano, Lázaro Alberto Álvarez Casas, e da “Raulito”, il nipote di Raúl Castro. Un incontro, quest’ultimo, carico di una simbologia che il vecchio Fidel – possiamo immaginarlo – non avrebbe mai tollerato: vedere il capo della Cia varcare i palazzi del potere rivoluzionario.

Il messaggio diretto di Trump: “cambiamenti fondamentali” o niente dialogo

Secondo quanto ricostruito da fonti vicine alla delegazione statunitense, l’obiettivo primario di Ratcliffe era “consegnare personalmente il messaggio del presidente Trump”. Un messaggio che non ammette ambiguità: Washington è pronta a impegnarsi seriamente su questioni economiche e di sicurezza, ma solo a patto che l’Avana introduca “cambiamenti fondamentali”. Tra le richieste, una su tutte viene considerata non negoziabile: smettere di consentire a Russia e Cina di gestire postazioni di intelligence sull’isola. L’amministrazione Trump, ormai insediata da più di un anno, non ha dichiarato esplicitamente quali siano le conseguenze di un eventuale rifiuto, ma il tono dei funzionari consultati lascia intendere che la pazienza stia esaurendosi. Del resto, Cuba è letteralmente in ginocchio: le scorte di carburante stanno per esaurirsi, e il collasso del settore energetico è ormai una realtà con cui l’isola fa i conti ogni giorno.

L’Avana risponde: “non siamo una minaccia”, ma la partita è aperta

Dal canto loro, i rappresentanti del governo cubano – che hanno ribadito con fermezza di “non costituire una minaccia per gli Stati Uniti” – non hanno chiuso la porta al dialogo. Anzi, l’incontro stesso dimostra che entrambe le parti, seppur con obiettivi diametralmente opposti, ritengano utile parlarsi. Non è sfuggito agli analisti il fatto che Ratcliffe abbia scelto proprio il ministero dell’Interno come sede dei colloqui, e non la presidenza o il ministero degli Esteri: una scelta che sottolinea la natura di sicurezza e intelligence della discussione, più che quella diplomatica. Washington, infatti, continua a guardare a Cuba non tanto come a un vicino scomodo, ma come a una pedina nella più ampia competizione tra Stati Uniti e Cina. Ecco perché il dossier cubano, per la Casa Bianca, non è una questione regionale residuale: è un fronte caldo della guerra fredda 2.0.

Un vertice segreto mentre l’isola va in tilt energetico

L’incontro – avvenuto il 14 maggio e non annunciato fino a poche ore dopo – ha visto Ratcliffe guidare una delegazione ristretta, incontrando funzionari del regime castrista in un clima che fonti locali hanno definito “teso ma formale”. Solo il futuro, probabilmente prossimo, svelerà quale obiettivo concreto abbiano questi colloqui. Quel che è certo è che il regime cubano, messo alle strette dalla crisi energetica e dalla pressione esterna, si trova ora davanti a un bivio: accettare le condizioni di Trump – con tutto ciò che comporta in termini di ridimensionamento dell’influenza russa e cinese – oppure resistere, rischiando un isolamento ancora più profondo. La mossa del capo della Cia, insomma, assomiglia a una combinazione a sorpresa sulla scacchiera caraibica. E stavolta, a muovere i pezzi non sono stati i generali dell’Avana, ma l’uomo che dirige l’agenzia che un tempo giurò di rovesciarli.

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