“Era sempre sul set con Fincher”: la massiccia presenza di Tarantino sul film che non dirige fa di The Adventures of Cliff Booth il suo decimo lungometraggio?

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Lo avevamo lasciato lì, Quentin Tarantino, a ripetere come un mantra la promessa dei dieci film e niente più, con The Movie Critic già in fase avanzata e poi cancellato su due piedi perché, parola sua, «non mi entusiasmava più». Poi, il silenzio. E adesso, invece, l’annuncio che arriva dritto dal primo quarto del Super Bowl 2026, quello stesso palcoscenico pubblicitario dove spesso si consumano epiche battaglie di brand e che domenica ha invece ospitato una deflagrazione cinematografica pura: il teaser di The Adventures of Cliff Booth -1-5-8. Brad Pitt, tornato a impugnare il sigaro e il volante di una derby car con quella nonchalance che gli valse l’Oscar, riappare nei panni dello stuntman più amato di Hollywood, ma questa volta la regia non porta la firma di Tarantino bensì quella di David Fincher. E qui la matassa si ingarbuglia.

Perché se è vero che Fincher siede ufficialmente sulla sedia del regista — riunendo così Pitt a quasi vent’anni di distanza da Il curioso caso di Benjamin Button e, più indietro, da Seven e Fight Club — è altrettanto vero, a sentire chi ha calcato il set per sei mesi a Los Angeles, che la presenza del cineasta di Knoxville fosse tutt’altro che defilata -2-6. Elizabeth Debicki, che nel film affianca Pitt e che abbiamo imparato a conoscere in The Crown e nella trilogia di MaXXXine, ha raccontato al Sundance Film Festival di aver «adorato ogni istante» delle riprese, definendo il progetto un sogno, ma nessuno, né lei né i produttori, ha mai negato che Tarantino gironzolasse per i teatri di posa. Anzi.

Non lo dirige, Quentin, e lo ha detto chiaramente: non voleva che il suo decimo e ultimo atto da regista fosse un sequel, una reiterazione di territori già esplorati -4-9. Voleva terra incognita, non il profumo familiare di Cielo Drive e delle colline di Hollywood. Eppure la sceneggiatura è integralmente sua, vergata dalla sua penna ipertrofica e dialettica, e la produzione lo vede in trincea al fianco di Pitt, David Heyman, Ceán Chaffin e Stacey Sher -6-8. A questo punto la domanda, per quanto sottile, sorge spontanea: quando un autore smette di essere l’autore? Se un uomo scrive ogni singola battuta, plasma la struttura narrativa — che pare seguire Cliff Booth trasformato in una sorta di “fixer” per gli studios nella Los Angeles dei primi anni Settanta — e assiste ossessivamente alla lavorazione, il suo sigillo resta invisibile o si imprime comunque sulla pellicola? -7.

Il teaser, della durata di circa un minuto, non ha certo sciolto i nodi. Anzi, li ha ingarbugliati con astuzia: lo si vede, Cliff, appoggiato al bancone di un bar, mentre una donna interpretata proprio da Debicki lo incalza sugli eventi del 1969, su quella notte in cui lui e Rick Dalton riscrissero la storia massacrando i seguaci di Charles Manson prima che potessero uccidere Sharon Tate e i suoi amici -5-8. Lui, con quella cadenza strascicata e una saggezza da filosofo da drive-in, risponde: «Non ho molti talenti, ma so quando non mettermi tra le gambe di una bella storia». Una frase, questa, che suona come una dichiarazione d’intenti anche per Tarantino. Che forse, da quella storia, non vuole proprio uscirne.

Ci sono poi gli altri: Yahya Abdul-Mateen II in abiti vintage, Carla Gugino, Scott Caan, Holt McCallany, Peter Weller e il ritorno, gradito, di Timothy Olyphant nei panni dell’attore James Stacy -1-6-7. Leonardo DiCaprio, invece, non è previsto — e la sua assenza, se vogliamo, è il vero taglio col passato — eppure il mondo narrativo è inequivocabilmente quello tarantiniano, intriso di citazioni, polvere da sparo e ironia amara. Netflix, che il film lo distribuirà probabilmente nell’estate del 2026, ha giocato la carta della sorpresa assoluta: il trailer non è ancora stato caricato ufficialmente sui canali social, ma è già virale, condiviso in frame sfocati e descrizioni entusiastiche che parlano di censure animate, nudità pixelate e dita medie oscurate da buffi balloon -5-6. Una cifra stilistica che è puro Tarantino, anche se la macchina da presa è di Fincher.

Resta, irrisolta, la questione del decimo film. Tarantino ha ribadito in una recente intervista — rilasciata al podcast The Church of Tarantino — che la paura di sbagliare non c’entra nulla con lo stop a The Movie Critic; piuttosto, fu la consapevolezza di star calpestando un solco già arato, quello della Los Angeles vintage ricostruita artigianalmente, a togliergli l’entusiasmo -4-9. Vuole chiudere con qualcosa di mai tentato, sostiene. Eppure, osservando l’operazione Cliff Booth, verrebbe da pensare che il decimo film, in qualche forma, esista già. Non è diretto da lui, forse, ma è scritto, voluto, supervisionato e vissuto da lui. In gergo si chiama opera d’autore, anche quando a girare è un altro. E il confine, dopo questa domenica di football e celluloide, sembra più labile che mai.

Il film che nessuno sapeva di aspettare: produzione e cast di un sequel anomalo

Le riprese, durate quasi sei mesi e interamente ambientate a Los Angeles, si sono concluse a gennaio e hanno beneficiato della fotografia di Erik Messerschmidt, collaboratore storico di Fincher già premiato per Mank -2-6. La lavorazione è stata tenuta sotto traccia, quasi fosse un’operazione paramilitare, e solo le dichiarazioni postume di Debicki ne hanno rivelato l’entità. L’attrice australiana ha parlato di un set felice, rigoroso ma gioioso, e della strana sensazione di interpretare una scena con un uomo — Pitt — che già era un’icona e che qui, però, si muoveva dentro l’ombra lunga di un’altra icona, quella del personaggio che lo ha reso immortale. E poi c’è la sceneggiatura, firmata Tarantino, che alcuni insider descrivono come una delle sue più malinconiche e insieme divertite, quasi una riflessione sul tempo che passa e sugli eroi che invecchiano -7-9.

Il Super Bowl come nuova Cannes: la strategia di Netflix e l’assenza del trailer ufficiale

Scegliere il Super Bowl per lanciare il teaser non è stata una casualità, ma una precisa dichiarazione di egemonia culturale. Eppure, a distanza di ore, il trailer non è ancora stato reso disponibile sui canali ufficiali di Netflix, una mossa che aumenta l’hype e insieme lo frustra. Si vedono automobili che sbandano, inseguimenti, il luccichio di una statuetta posata su una scrivania e un’America notturna, fumosa, che sembra uscita da un romanzo di Elmore Leonard. Quella che fu la favola revisionista di C’era una volta a Hollywood diventa ora una storia di ordinaria amministrazione hollywoodiana, dove lo stuntman si fa uomo dei misteri e la controcultura lascia spazio a una nuova, disincantata maturità -8. Resta da capire, e non è dettaglio da poco, se Tarantino consideri questo film un figlio legittimo o un nipote acquisito. E se lo considera tale, il decimo film è già qui. Con un regista prestato, ma un autore onnipresente.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.