La telefonata Trump-Putin e l’impasse europea sulla guerra in Ucraina
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Redazione Esteri
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Quella che doveva essere una svolta nei negoziati per porre fine al conflitto in Ucraina si è rivelata, almeno per ora, poco più di un dialogo cordiale tra due leader che, pur usando toni distesi – arrivando persino a chiamarsi per nome, secondo quanto riportato dal Cremlino –, non hanno prodotto alcun progresso concreto. La lunga conversazione tra Donald Trump e Vladimir Putin, durata oltre due ore e definita dal presidente russo "franca e molto utile", ha però messo in luce l’isolamento e le contraddizioni delle élite europee, divise tra un centrodestra e un centrosinistra incapaci di elaborare una strategia unitaria.
Mentre Trump insiste da mesi sull’apertura di un tavolo negoziale, l’Europa ha risposto con un piano di riarmo da 800 miliardi di euro e, in alcuni casi, con la minaccia – per ora solo teorica – di un intervento militare diretto. Una posizione che, oltre a rivelarsi inefficace, sembra dettata più dalla retorica che da una reale capacità di incidere sugli eventi. Lo stesso Trump, nonostante l’ottimismo di facciata, ha lasciato trapelare frustrazione durante un breve intervento alla Casa Bianca: "Stiamo facendo del nostro meglio, ma questa non è la mia guerra. Senza progressi, mi sfilerò".
Dietro le quinte, intanto, sembra riaffiorare l’influenza del cosiddetto Deep State americano, che avrebbe contribuito a raffreddare gli entusiasmi iniziali del presidente. Se da un lato il Cremlino ha accolto con favore il tono amichevole del colloquio, dall’altro non ci sono segnali di un reale disgelo, né tantomeno di un’imminente tregua. Quello che emerge, invece, è il fallimento di un’Europa sempre più marginale, incapace di proporsi come mediatrice e costretta a subire le dinamiche tra Washington e Mosca




