L‘Inter, i sette punti di vantaggio e la sindrome da scontro diretto
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Redazione Sport
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L’aritmetica, si sa, è una scienza esatta, e racconta di un’Inter saldamente in vetta alla classifica con sessantasette punti, sette in più del Milan secondo a dieci giornate dal termine. Un cuscinetto di sicurezza che, in un campionato normale, sarebbe considerato rassicurante, persino decisivo, ma che quando si parla della Beneamata sembra non bastare mai a fugare i dubbi e le perplessità di un ambiente e di una critica che, puntualmente, ne evidenziano i limiti nei momenti cruciali. L’ultimo scoglio contro cui si è infranta la presunta superiorità tecnica dei nerazzurri è stato il muro del Milan nel derby di ritorno, l’ennesima occasione in cui la squadra allenata da Cristian Chivu è apparsa spuntata, incapace di reagire e di imporre il proprio gioco contro un avversario diretto, nonostante l’assenza di due pedine importanti come Lautaro Martinez e Thuram. La vittoria per uno a zero dei rossoneri, firmata da un imprevedibile Pervis Estupinan, ha così riaperto di fatto un discorso che sembrava oramai archiviato, riportando alla luce quelle crepe strutturali che, a detta di molti osservatori, minano la solidità di una corazzata solo sulla carta.
A scardinare ulteriormente la narrazione di un’Inter inarrestabile ci ha pensato, con il suo consueto stile graffiante, il giornalista Tony Damascelli. Sulle colonne de Il Giornale, il commento è stato senza appello: il largo vantaggio in classifica di cui gode la formazione di Chivu sarebbe “figlio di grazie ricevute”, una sorta di debito nei confronti di circostanze favorevoli più che il frutto di una superiorità schiacciante. Damascelli, nella sua analisi, non si è limitato a sottolineare la sconfitta nel derby, ma ha allargato il discorso a un rendimento altalenante che conta già cinque ko in campionato, un bottino pesante per una squadra che aspira a vincere lo scudetto con così largo anticipo, e a cui vanno aggiunte le sconfitte patite in Champions League. Un quadro, il suo, che dipinge un’Inter vulnerabile e poco credibile nei panni della dominatrice, quasi a voler smontare quel mito della “Marotta League” che da tempo aleggia nel dibattito calcistico, bollandolo come una malattia immaginaria, una costruzione verbale priva di riscontri nei fatti.
La questione, del resto, non riguarda soltanto la gestione della squadra in campionato, ma si allarga a una rosa che, per quanto profonda, mostra delle precise lacune strutturali, emerse con chiarezza proprio negli incroci più delicati. La sconfitta nel derby, al di là della semplice lettura del risultato, ha riproposto il tema della difficoltà a creare gioco e a sfondare il manto avversario quando viene a mancare il contributo dei cosiddetti “uomini partita”. Manuel Akanji, intervenuto nel post-gara, ha provato a spiegare le ragioni di un ennesimo passo falso contro i cugini, ammettendo come la squadra abbia perso troppi duelli e sbagliato passaggi banali, a differenza dell’incontro d’andata in cui, pur perdendo, l’Inter aveva quantomeno mostrato una chiara supremazia. “Oggi è stato diverso. Non è stato abbastanza buono da parte nostra”, ha confessato il difensore, fotografando una prestazione opaca, priva di quella cattiveria agonistica necessaria per avere la meglio in una partita che vale una stagione intera.




