Strage di via Cantoni, 30 anni ai mandanti. Il legale: «Sentenza restituisce dignità alle famiglie»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’assise di Milano, nel chiudere il processo di primo grado per l’incendio doloso che la notte del 12 settembre 2024 ha devastato uno showroom di via Cantoni, nella zona Certosa, ha inflitto tre condanne pesanti ma inferiori rispetto alla richiesta della Procura. I due cittadini cinesi ritenuti i mandanti del rogo, Zhou Bing e Yijie Yao, sono stati condannati a trent’anni di carcere ciascuno; l’esecutore materiale, il piromane olandese Washi Laroo, 27 anni, dovrà scontarne ventuno. I pm, al termine delle indagini condotte dai carabinieri, avevano chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi per tutti e tre gli imputati – una richiesta che la corte ha disatteso in parte grazie a una riqualificazione giuridica dell’accusa principale.

La riqualificazione del reato: non omicidio volontario ma “morte conseguente”

Il nodo centrale della decisione, che ha alleggerito le pene rispetto alle richieste del pubblico ministero Luigi Luzi, risiede nella riformulazione del capo d’imputazione. I giudici della Corte d’Assise hanno infatti ricondotto il fatto non alla figura dell’omicidio volontario plurimo aggravato, bensì alla “morte come conseguenza di altro reato” – vale a dire l’incendio appiccato dolosamente. Pur avendo tenuto conto della “morte di più persone”, circostanza che aggrava il quadro penale, la corte ha così evitato l’ergastolo. Nel rogo persero la vita tre giovani cinesi: Yindan Dong, diciannovenne, suo fratello Yinjie Liu, diciassettenne, e il designer di 24 anni An Pan. I tre, ospiti per la notte all’interno del magazzino-showroom, stavano dormendo quando le fiamme li hanno intrappolati, trasformando il locale in una trappola mortale.

Il legale di parte civile: «Sofferenza non cancellata, ma dignità riconosciuta»

A prendere la parola a nome delle famiglie delle vittime è stato l’avvocato di parte civile, Fan Zheng, il quale ha espresso una soddisfazione misurata ma netta. «Prendiamo atto con soddisfazione della decisione della Corte – ha dichiarato – che ha confermato le responsabilità degli imputati e la pena severa; per le parti civili è sicuramente un riconoscimento importante della gravità dei fatti». Il legale, nel commentare il dispositivo, ha aggiunto una considerazione che vale da contraltare emotivo al rigore della sentenza: «Sicuramente la sentenza non cancella la sofferenza e il dolore delle famiglie, però può restituire la dignità e la giustizia». Una formula, quest’ultima, che riassume il senso di un verdetto il quale, pur non restituendo i tre giovani uccisi, tenta di ricomporre simbolicamente il lacerante vuoto lasciato da una spedizione punitiva – come fu definita dagli inquirenti – consumatasi nel cuore della notte milanese.

L’inchiesta e il contesto: tre vittime, un unico rogo doloso

Le indagini dei carabinieri avevano ricostruito con precisione la dinamica: l’incendio, appiccato volontariamente, non fu un episodio casuale, ma un’azione mirata all’interno di un contesto di tensioni pregresse, mai del tutto chiarite nel dibattimento. Lo showroom di via Cantoni, che fungeva anche da deposito e rifugio improvvisato per i ragazzi, divenne in pochi minuti un rogo incontrollabile. I tre giovani – due fratelli di 17 e 19 anni e il loro amico ventiquattrenne – non ebbero scampo. La Procura aveva sempre sostenuto la tesi dell’omicidio volontario plurimo, ritenendo che i mandanti e il piromane avessero agito con piena consapevolezza dell’elevato rischio di provocare vittime. La corte, pur ridimensionando l’inquadramento giuridico, non ha però minimamente scalfito il giudizio di colpevolezza: trent’anni per i mandanti e ventuno per l’esecutore rappresentano comunque pene severe, lontane da qualsiasi ipotesi di assoluzione o di attenuanti di rilievo.

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