Il cardinale Pizzaballa: per raggiungere la pace va ascoltato il dolore degli altri
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Redazione Esteri
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Mentre a Gaza, nelle ultime ore, i bombardamenti israeliani non hanno conosciuto tregua, si moltiplicano le voci che, seppur da prospettive diverse, convergono sulla necessità di un processo politico capace di superare la logica delle armi. Il cardinale Pizzaballa, intervenendo sulla questione, ha sottolineato con forza come l'ascolto del dolore altrui costituisca un passaggio ineludibile per costruire un percorso di pace autentico, un elemento che va ben al di là delle mere trattative diplomatiche e che tocca le corde più profonde della riconciliazione. Un concetto, il suo, che risuona con particolare intensità in un contesto dove la sofferenza della popolazione civile, stremata da mesi di conflitto, appare ormai un dato strutturale e ineludibile.
Le Nazioni Unite e la traduzione dello slancio diplomatico
Le Nazioni Unite, dopo l'adozione della risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza, si dicono impegnate a procedere senza esitazioni, con l'obiettivo dichiarato di "tradurre lo slancio diplomatico in misure concrete e urgenti sul campo". Questo impegno, che pure rappresenta un segnale di movimento, si scontra però con una realtà dei fatti che appare ben più complessa e sfuggente. A Gaza, come ha tenuto a precisare la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese durante una conferenza stampa al Parlamento europeo di Bruxelles, di fatto "non c'è nessun cessate-il-fuoco", una constatazione amara che getta una luce cruda sulla distanza che ancora separa le intenzioni dalla loro effettiva realizzazione.
La complessa geografia del conflitto e le posizioni internazionali
La crisi, del resto, non conosce confini stretti, estendendo la sua ombra anche al Libano, colpito da raid israeliani che hanno causato vittime, mentre Hamas nega la presenza di propri centri militari in quel territorio, accusando Israele di mentire. Sul piano delle relazioni internazionali, intanto, il principe ereditario saudita bin Salman ha posto una condizione chiara, rifiutando la possibilità di nuovi accordi di Abramo finché non si giunga a una soluzione che contempli i due Stati. Una presa di posizione che si inserisce in un quadro già delicato, ulteriormente complicato dalle recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha difeso pubblicamente bin Salman in merito all'uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuta nel 2018 per mano di agenti sauditi, contraddicendo platealmente una valutazione dell'intelligence statunitense.
Le voci critiche e il giudizio sull'azione dell'Onu
Non mancano, tuttavia, voci fortemente critiche verso le iniziative diplomatiche in corso. Lo storico Lorenzo Kamel, commentando la risoluzione delle Nazioni Unite, non ha usato mezzi termini, definendola "un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese e le persone perbene". Secondo la sua analisi, che stronca senza appello il piano, quello che per alcuni rappresenta un passo avanti sarebbe in realtà una vittoria per le parti più estremiste e un elemento di debolezza per la sicurezza a lungo termine di Israele stesso, un giudizio severo che evidenzia le profonde lacerazioni e la complessità di un negoziato il cui esito è tutt'altro che scontato.




