Per i dem la Meloni doveva portarci in rovina: la Borsa fa il record storico

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Segnatevi questa data: 25 maggio 2026. Quel giorno, contrariamente ai foschi presagi che avevano accompagnato l’inizio dell’era Meloni, Piazza Affari ha infranto un muro che sembrava invalicabile da ventisei anni. L’indice Ftse Mib ha chiuso la seduta a 50.220 punti, superando di un soffio – ma in maniera definitiva – il precedente primato di 50.109 punti che resisteva dal marzo del 2000.

Un risultato, questo, che assume i contorni di una pietra miliare non solo per i risvolti finanziari, ma anche per il suo valore politico, visto che il “sorpasso” storico avviene sotto un governo di centrodestra che alle scorse elezioni era stato dipinto come l’anticamera del caos economico.

Le parole della vigilia e il ribaltamento dei fatti

Basti riavvolgere il nastro fino alla campagna elettorale del 2022 per comprendere l’entità del ribaltone. Allora, le Cassandre della sinistra – da esponenti di spicco del Partito Democratico a tecnici come l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi – vaticinavano scenari da incubo: si parlava di “rischio default”, “bancarotta” imminente e di un pericoloso “isolamento” dell’Italia in Europa e nel mondo. Eppure, a distanza di quasi quattro anni da quelle vittime, i numeri raccontano una verità diametralmente opposta.

Lo stesso indice principale di Piazza Affari, che all’epoca delle Politiche viaggiava sui 21.000 punti, ha più che raddoppiato il suo valore. Un rialzo che sfiora il 140%, al netto dei dividendi che hanno arricchito le tasche dei risparmiatori.

L’effetto Hormuz e la liquidità ritrovata

Ma quale è stata la miccia che ha fatto esplodere il listino milanese in queste ore, spingendolo oltre quota 50mila? A dare la scossa decisiva è stata l’euforia sui mercati internazionali, legata a filo doppio alle trattative per una riapertura dello Stretto di Hormuz. Gli investitori, scommettendo su un imminente accordo tra Stati Uniti e Iran – nonostante le immagini delle portaerei e le ultime “strike” contro obiettivi dei guardiani della rivoluzione – hanno innescato una vigorosa corsa al rialzo.

Il greggio, da sempre termometro delle tensioni mediorientali, ha subito una brusca frenata: il Brent è sceso sotto i 94 dollari al barile, mentre il Wti ha addirittura flirtato con i 90 dollari.

Parallelamente, il calo dei rendimenti dei bond governativi e l’assenza delle principali piazze finanziarie (Hong Kong, Londra e Wall Street erano chiuse per festività) hanno convogliato una mole consistente di liquidità verso Milano, facendo decollare anche titoli come Danieli e spingendo Fincantieri – reduce dai minimi annuali toccati a maggio – verso un promettente tentativo di rimbalzo.

Le letture tecniche di un listino in trasformazione

Osservando il grafico weekly, si nota come Fincantieri abbia vissuto una fase di forte contrazione dopo il massimo storico toccato nell’ottobre del 2025 (valutato intorno ai 27,38 euro). Da quel picco, il titolo ha subito una correzione che lo ha portato fino a un minimo annuale di 10,775 euro proprio nel mese di maggio.

Tuttavia, negli ultimi giorni di maggio 2026, il titolo ha iniziato a mostrare i muscoli: il tentativo di ripartenza è concreto, sebbene per una vera e propria inversione di tendenza gli operatori aspettino il superamento della prima resistenza, posizionata nell’area dei 12 euro (identificabile con una trendline azzurra tratteggiata).

Oltre all’effetto congiunturale legato alla pace in Medio Oriente, gli analisti ricordano che il vero valore di un’azienda – al netto della pioggia di cedole che caratterizza il mese – si misura sulla capacità di generare utili e sulla solidità dei fondamentali, un terreno sul quale Leonardo e altre realtà industriali continuano a offrire interessanti potenzialità di crescita.

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