La sfida del referendum e la mobilitazione del centrodestra: Meloni rilancia il video di un ex dem per superare gli steccati
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Redazione Interno
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A una settimana esatta dal voto sul referendum che chiamerà gli italiani a esprimersi sulla riforma della giustizia, e più nello specifico sulla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sceglie una strategia comunicativa mirata a intercettare quel voto moderato e trasversale che potrebbe rivelarsi decisivo per l'esito della consultazione, in programma il 22 e 23 marzo. Dopo aver pubblicato nei giorni scorsi un lungo intervideo di quattordici minuti per smontare quelle che aveva definito le "bufale" della sinistra, la premier ha ora optato per un messaggio più sintetico e, per certi versi, sorprendente: un breve filmato affidato non a un esponente della maggioranza, bensì alla voce di Stefano Ceccanti, costituzionalista di chiara fama ed ex parlamentare del Partito Democratico, figura non certo ascrivibile all'area politica di Fratelli d'Italia.
L’iniziativa, rilanciata sui profili social della presidente del Consiglio, è accompagnata da un commento che ne sottolinea il valore politico: Ceccanti, ha scritto Meloni, "sicuramente non è tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore", eppure spiega in pochi secondi le ragioni profonde del Sì. Un passaggio, questo, che mira a legittimare la riforma oltre i tradizionali confini dello schieramento, quasi a voler dimostrare che il quesito referendario, incentrato sulla terzietà del giudice e sulla necessità di un Consiglio superiore della magistratura diviso in due ali distinte per garantire l'equilibrio del sistema, possa trovare sostenitori anche in chi, per appartenenza, dovrebbe schierarsi su posizioni opposte. Il richiamo al concetto di "superamento delle appartenenze" e delle "contrapposizioni ideologiche" diventa così il perno della comunicazione dell'esecutivo in questa fase caldissima della campagna elettorale, con l'obiettivo dichiarato di spostare l'attenzione dal giudizio sul governo al merito della consultazione.
La controffensiva di Schlein e il duello a distanza sulle garanzie
Sul versante opposto, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, non ha affatto gradito la piega che il dibattito pubblico ha assunto negli ultimi giorni, e in particolare le parole pronunciate dalla premier in merito alle possibili conseguenze di una vittoria del No. Intervenuta a una trasmissione televisiva, Schlein ha attaccato frontalmente Meloni, definendo inaccettabile che una presidente del Consiglio tratti gli italiani "come degli stupidi", evocando lo spauracchio di un incremento degli stupratori in libertà qualora la riforma non dovesse passare. Un'argomentazione, quella della leader dem, che rovescia immediatamente l'accusa sul governo: "Se c'è qualcuno che ha liberato uno stupratore che la magistratura voleva processare", ha dichiarato la segretaria, "questi è il governo, che ha riportato in Libia con un volo di Stato il torturatore Al Masri", sollevando così il caso del rimpatrio del generale libico e riportando l'attenzione sulle scelte di politica estera dell'esecutivo.
Lo scontro, come si vede, si gioca su un terreno doppiamente sensibile: da una parte la percezione di sicurezza e la tutela delle vittime, dall'altra la credibilità delle istituzioni e l'uso politico della giustizia. Schlein, nel suo intervento, ha inoltre ricordato l'accordo trovato in Parlamento su una legge che introducesse il principio del "consenso" come cardine dei reati sessuali, accordo poi fatto saltare dalla maggioranza in Senato, a dimostrazione, secondo il Pd, di una certa ambiguità di fondo dell'esecutivo sulle tematiche dei diritti civili e della protezione delle fasce deboli. Una polemica, questa, che si innesta in un clima già rovente, caratterizzato da reciproche accuse di strumentalizzazione e da un'evidente difficoltà nel mantenere il confronto su un piano strettamente giuridico, senza sconfinare in invettive personali.
La mobilitazione sul territorio e l'appello all'elettorato incerto
Mentre i leader nazionali incrociano i ferri sui media e sui social network, il centrodestra ha ormai messo in moto la propria macchina organizzativa per l'ultimo miglio della campagna referendaria, consapevole che l'esito, in assenza di un quorum, sarà determinato in larga parte dall'affluenza alle urne. Antonio Tajani, leader di Forza Italia e vicepresidente del Consiglio, è stato tra i primi a scendere in campo in prima persona, partecipando a iniziative pubbliche come le "Frecce per il Sì" alla stazione Tiburtina di Roma, dove con cappellino e paletta da capotreno ha invitato i cittadini a informarsi e a recarsi ai seggi. "Questo referendum", ha spiegato Tajani, "si vince o si perde anche per un voto, e non possiamo permetterci di perderne nemmeno uno", sottolineando come la posta in gioco sia la modernizzazione del sistema giudiziario, un obiettivo che, a suo dire, restituirebbe "sacralità" alla funzione del magistrato, liberandolo dalle logiche talvolta opache delle correnti interne alla magistratura.
Analogo impegno è profuso dalla Lega, con Matteo Salvini che ha annunciato l'allestimento di oltre mille e cinquecento gazebo in tutta Italia per spiegare ai cittadini le ragioni del Sì, bollando come "gravissime" le parole del procuratore Nicola Gratteri, reo di aver usato espressioni minacciose nei confronti di chi sostiene la riforma. La macchina del centrodestra, insomma, punta a smobilitare l'elettorato più tiepido, quello che tradizionalmente si riconosce nei partiti di governo ma che potrebbe essere tentato dall'astensione, convinto che la partita non lo riguardi da vicino. Per questo la settimana che porta al voto vedrà una sospensione dei lavori parlamentari, con deputati e senatori proiettati sul territorio per un a corpo fatto di confronti pubblici e volantinaggi, nella speranza di ribaltare le ultime rilevazioni che, secondo alcune fonti, vedrebbero il fronte del No in leggero vantaggio.
Il nodo della separazione delle carriere e l'ombra del caso Al Masri
Al centro del dibattito, inevitabilmente, tornano i contenuti specifici del quesito referendario, che i più, complice la ridda di dichiarazioni spesso antitetiche, faticano a districare. La riforma, che punta a separare nettamente il percorso professionale dei pubblici ministeri da quello dei giudici, è presentata dai suoi sostenitori come un passo avanti verso una maggiore imparzialità del processo: l'arbitro, per usare una metafora cara a molti costituzionalisti, non può e non deve sedere nella stessa metà del campo di una delle due squadre. L'opposizione, invece, insiste nel denunciare il rischio di una subordinazione del potere giudiziario a quello politico, paventando scenari in cui l'esecutivo potrebbe esercitare un controllo più stringente sull'operato delle procure.
In questo quadro già complesso si è innestata, con prepotenza, la vicenda del rimpatrio in Libia di Ossama Al Masri, il generale delle forze speciali libiche arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità. La sua immediata liberazione e il successivo rimpatrio su un aereo di Stato hanno scatenato un putiferio politico, con le opposizioni che accusano il governo di aver anteposto gli accordi diplomatici con la Libia ai doveri di giustizia internazionale. Schlein, in particolare, ha legato la vicenda al referendum, sostenendo che se il governo ha potuto liberare un presunto stupratore e torturatore, allora le lezioni di moralità sulla giustizia andrebbero evitate. Un collegamento, questo, che rischia di offuscare ulteriormente il dibattito sulla riforma, legando il destino del referendum anche a una vicenda di cronaca internazionale che poco ha a che fare con l'ordinamento giudiziario italiano, ma che pesa come un macigno sull'opinione pubblica e sulla credibilità dell'esecutivo in materia di diritti umani. La partita, insomma, rimane apertissima e si giocherà fino all'ultimo voto, in un clima di crescente tensione e di reciproche recriminazioni.




