Licenziato per un danno da 280 euro, si tolse la vita. Due anni dopo il giudice lo riabilita: «Sanzione sproporzionata»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ci sono vicende in cui il peso della burocrazia e della rigidità aziendale schiaccia una persona fino a toglierle ogni via di fuga, e quella di Paolo Michielotto, 55 anni, residente a Pontelongo, nel Padovano, ne rappresenta un esempio drammatico e purtroppo reale. Questo dipendente, che aveva dedicato ben ventisette anni della propria vita al magazzino Metro di Marghera, si è tolto la vita l’11 agosto del 2024, a soli dieci giorni di distanza da un evento che per lui si rivelò un’umiliazione insostenibile: il licenziamento per un presunto ammanco di appena 280 euro. Non aveva nemmeno avuto il coraggio di comunicarlo ai propri familiari, schiacciato com’era dalla vergogna e dal disonore che percepiva, lui che vantava una carriera lavorativa fin lì ineccepibile; la decisione di farla finita nella propria abitazione, che condivideva con la madre, è maturata in quel silenzio angosciante che segue la perdita improvvisa della propria dignità professionale.

La beffa della sentenza e la «sproporzione» della sanzione

A distanza di quasi due anni da quella tragedia, il 21 aprile, la giudice del Lavoro Anna Menegazzo ha però accolto il ricorso presentato dagli avvocati Leonello Azzarini e Diana De Benedetti – patrocinato anche dalla Cgil e dalla Filcams Cgil di Venezia – stabilendo che quel provvedimento espulsivo era sproporzionato. Per la precisione, il magistrato ha condannato la società a corrispondere alla sorella della vittima, Maria Cristina, una somma pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione. Nelle motivazioni, la giudice ha sottolineato come Michielotto, privo di qualsiasi precedente disciplinare in oltre due decenni di lavoro, avesse causato un danno economico davvero limitato; anzi, la sua condotta – consistita nell’inserire in quattordici ordini un prodotto non presente in giacenza (confezioni di gambero rosso) per far scattare la soglia dei 250 euro che evitava al cliente la fee di trasporto di 20 euro – era «del tutto verosimilmente volta ad agevolare la clientela più che ad ottenerne un diretto beneficio personale».

La riabilitazione morale secondo la sorella: «Era onesto»

Per la famiglia, che ha voluto ostinatamente portare avanti la causa nonostante l’assenza fisica del proprio caro, questa sentenza rappresenta molto più di un semplice indennizzo economico: è una riabilitazione morale. La sorella Maria Cristina lo ha ribadito con forza, dichiarando che l’unica ragione del gesto estremo del fratello risiede proprio in quel licenziamento, poiché il lavoro rappresentava per lui lo scopo della sua vita e la sua identità. Emerge il ritratto di un lavoratore serio, definito persino «troppo aziendalista» dai colleghi, che si è visto macchiare la reputazione per una somma irrisoria; una macchia che la giudice ha ora rimosso, definendo illegittimo un licenziamento che avrebbe potuto essere sostituito da una sanzione di tipo conservativo, un semplice richiamo per ricondurlo a un comportamento più allineato alle direttive aziendali.

L’inchiesta Inail e il caso «simbolo» per i sindacati

Sullo sfondo di questa vicenda, che ha scosso profondamente l’opinione pubblica locale, resta aperto un ulteriore capitolo giudiziario: l’Inail, come confermato dalla direttrice regionale Elena Scarpa, sta infatti conducendo un’approfondita inchiesta per verificare l’esistenza del nesso causale tra l’ambiente di lavoro – e specificamente il trauma del licenziamento – e il suicidio del 55enne. Se questo legame venisse accertato, l’istituto potrebbe riconoscere un ulteriore risarcimento alla famiglia. Nel frattempo, i sindacati hanno accolto la sentenza della giudice Menegazzo come la restituzione di una verità, quella di un dipendente integerrimo la cui onestà era stata messa ingiustamente in discussione da un’azienda che, paradossalmente, ha chiuso i battenti della sede di Marghera lo scorso 15 ottobre, lasciando a casa decine di altri lavoratori.

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