Energia e crescita, i tre nodi (energia, investimenti, commercio) che strangolano l’industria. L’allarme di Beltrame: «Governo agisca in due settimane o rischiamo la recessione»
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Redazione Economia
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L’industria italiana si trova davanti a un bivio segnato da tre crisi che, intrecciandosi, rischiano di paralizzarne il motore. Il caro energia, le incertezze sugli investimenti e le distorsioni del commercio globale non sono più fenomeni separati, bensì i fronti di un’unica, complessa partita. A dirlo è Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza, che in queste ore lancia un allarme chiaro ai tavoli del governo: il tempo per le decisioni è finito, serve un intervento in «due settimane al massimo» per scongiurare una recessione che, altrimenti, risulterebbe un «colpo fatale» per il tessuto produttivo.
A rendere il quadro ancora più cupo, arrivano i numeri dell’Ocse. L’istituto parigino, nel suo ultimo rapporto, ha rivisto al ribasso le stime per l’Italia, fissando la crescita del Pil per il 2026 a un esiguo +0,4%, tre decimi in meno rispetto alle previsioni di dicembre, con un ulteriore +0,6% previsto per il 2027. Un dato che fotografa una realtà già messa a dura prova: se l’export nel 2025 aveva tenuto, crescendo complessivamente del 3,3%, nel Nord-Est i segnali di un rallentamento congiunturale erano già visibili nell’ultimo trimestre, come sottolinea la stessa Beltrame Giacomello, ricordando come non esista un «export italiano uniforme» ma filiere e territori con fragilità diverse.
Il caro energia come «rischio sistemico» e le crepe nel commercio globale
Il nodo centrale resta quello energetico, definito dalla presidente di Confindustria Vicenza un vero e proprio «rischio sistemico». Le tensioni in Medio Oriente, con il conflitto che si allarga e l’incertezza sullo Stretto di Hormuz, rappresentano una variabile impazzita per un’Italia che, strutturalmente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio, si scopre vulnerabile non tanto come attore geopolitico, quanto come price taker sui mercati internazionali. La situazione non è semplicemente congiunturale: se l’instabilità nel Golfo Persico dovesse consolidarsi per mesi, il prezzo delle materie prime colpirebbe in modo diretto i margini delle imprese energivore, comprimendo la capacità produttiva e, di conseguenza, l’occupazione.
È proprio la durata dello shock, più della sua geografia, a preoccupare gli analisti. In un mercato globale del GNL già vicino alla saturazione, ogni interruzione prolungata si traduce in un’impennata dei prezzi che l’Italia, con circa il 40% dell’elettricità ancora prodotta dal gas, subisce in pieno. L’effetto a catena è immediato: l’aumento dei costi energetici erode il potere d’acquisto delle famiglie e riduce gli spazi di investimento per le aziende, mentre l’inflazione, che l’Ocse stima in risalita al 2,4% per quest’anno, rischia di limitare i margini di manovra della Bce in un paese già pesantemente indebitato.
Investimenti a rischio e la sfida delle regole europee
Se l’energia rappresenta la sfida immediata, il secondo fronte è quello degli investimenti. Beltrame Giacomello punta il dito contro i ritardi nei decreti attuativi legati all’iperammortamento 4.0, una misura pensata per incentivare l’innovazione tecnologica a partire da gennaio 2026. Il paradosso, spiega, è che «quello che dovrebbe spingere gli investimenti rischia di trasformarsi in un freno» proprio mentre le imprese hanno bisogno di certezze per pianificare in un contesto di altissima volatilità. Senza regole tecniche definitive, la domanda resta sospesa, alimentando uno stallo che potrebbe autoalimentarsi e tradursi in una perdita di competitività.
A complicare ulteriormente il quadro, la richiesta di rivedere gli strumenti normativi europei, a partire dal sistema Ets (Emission Trading System). La presidente Beltrame Giacomello ne chiede la sospensione immediata, definendolo un «moltiplicatore di costo» insostenibile in una fase in cui l’Europa dovrebbe invece rafforzare la propria base industriale. Un’analoga richiesta arriva anche dal presidente del Veneto, Alberto Stefani, che parla di uno «shock energetico di natura esterna» destinato a colpire la capacità produttiva europea con ricadute su occupazione e tenuta sociale, auspicando un cambio di passo deciso da parte dell’Unione. La misura proposta dal governo con il decreto energia, se da un lato cerca di correggere alcune distorsioni del mercato elettrico, dall’altro rischia, secondo gli analisti, di favorire l’uso del gas a scapito delle rinnovabili, generando incertezza regolatoria che frena gli investitori.
La strada verso una stabilizzazione appare quindi stretta e piena di ostacoli. L’appello di Confindustria Vicenza è chiaro: non si tratta di chiedere sussidi, ma di ottenere disciplina semplice, applicabile e, soprattutto, immediata. In un’economia interconnessa come quella italiana, dove la manifattura resta il motore principale, la combinazione di shock esterni e ritardi interni rischia di minare quella tenuta che, finora, le imprese hanno dimostrato di possedere. L’azione di governo, sollecitata a uscire dalle pieghe di altre problematiche politiche, dovrà misurarsi con la capacità di dare risposte concrete a questi tre nodi strutturali.




