Premio Strega, 80 anni di numeri tra gender gap, età e editori: i dati raccontano un’altra storia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando si celebra un ottantesimo compleanno, specialmente per un’istituzione letteraria come il Premio Strega, il rito impone un gesto quasi obbligato: fermarsi a guardarsi indietro. Ed è quanto ha fatto la Fondazione Bellonci, in occasione dell’annuncio della dozzina di semifinalisti per l’edizione 2026, presentando un report che, lungi dall’essere un semplice resoconto statistico, ha finito per restituire il ritratto impietoso—o almeno sorprendentemente dettagliato—di un premio che, negli ultimi decenni, ha visto mutare equilibri profondi. I numeri, si sa, non raccontano mai tutta la storia, eppure quelli diffusi dalla Fondazione mettono in fila questioni di genere, dinamiche generazionali e il peso specifico delle case editrici con una precisione che invita alla riflessione. Se da un lato il riconoscimento si conferma uno degli appuntamenti più attesi del calendario culturale italiano, dall’altro la fotografia scattata dal report rivela squilibri persistenti: il gender gap, ad esempio, emerge con chiarezza, con una presenza femminile che, pur in crescita nelle ultime selezioni, fatica a raggiungere una rappresentanza paritaria quando si analizza l’albo d’oro completo. Un dato che la cronaca di questa edizione, almeno in apparenza, sembra voler contraddire.
La dozzina del 2026, tra conferme e un’esclusione isolana
Il primo aprile, nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano, il meccanismo del premio ha messo in moto la sua consueta liturgia. Sul palco, a dare il via ufficiale alla LXXX edizione, si sono alternati Pietro Abate, segretario generale della Camera di Commercio di Roma, Giovanni Solimine alla guida della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Giuseppe D’Avino per Strega Alberti Benevento, l’assessore alla Cultura di Roma Capitale Massimiliano Smeriglio e Serena Morgagni per BPER Banca. L’annuncio dei dodici semifinalisti, però, ha subito acceso i riflettori su una selezione che il comitato direttivo—con Melania Mazzucco alla presidenza—ha letto come il segno di un preciso orientamento: il ritorno al romanzo, alla storia e alle storie, in contrapposizione a una contrazione delle narrazioni autobiografiche e delle memorie familiari. Tra i nomi scelti spicca quello di Maria Attanasio, unica penna siciliana in lizza, che con “La Rosa Inversa” pubblicato da Sellerio porta in dote un’opera capace, secondo la motivazione letta da Ottavia, di immergere il lettore «nel vortice di un mondo che sull’orlo del cambiamento alterna speranza e disperazione, coraggio e depravazione». Un riconoscimento, quello alla scrittrice, che vale anche come contraltare alle esclusioni—sempre dolorose in questa fase—di alcuni fra i grandi nomi attesi, le cui candidature non hanno superato il vaglio.
Ottant’anni di storia, un claim e le geometrie variabili delle case editrici
L’edizione che festeggia gli otto decenni di vita del premio, e che si accompagna al claim “quasi una vita”, porta con sé una dozzina dove convivono autori di lungo corso e voci forse meno scontate. Mari, Pitzorno e Ciabatti sono fra questi, rappresentando un ventaglio stilistico che il comitato direttivo ha voluto sottolineare come espressione di una vitalità narrativa lontana dagli eccessi dell’auto-fiction. E tuttavia, al di là dei nomi, a parlare sono anche i numeri del report: la fotografia scattata dalla Fondazione Bellonci mostra come il peso delle grandi case editrici, pur rimanendo preponderante nelle fasi finali, abbia subito negli anni una lieve flessione a favore di realtà medio-piccole che, grazie a campagne di promozione mirate, sono riuscite a ritagliarsi spazi insperati nella rosa dei finalisti. Un fenomeno che, insieme alla questione anagrafica—l’età media degli autori premiati tende a rimanere stabile, con pochi scostamenti significativi—disegna un quadro di lenta ma costante trasformazione strutturale.
I dati come specchio: un premio che misura il suo tempo
Più che una semplice celebrazione, il report diffuso dalla Fondazione Bellonci ha assunto quindi le sembianze di un’analisi interna, quasi un autoritratto che il premio fa di sé nel giorno del suo compleanno più importante. La questione di genere, in particolare, è emersa come il crinale più evidente su cui si gioca la modernità di un riconoscimento nato in un’epoca—quella del secondo dopoguerra—con sensibilità e gerarchie completamente diverse. Se la dozzina di quest’anno, con nomi come Attanasio e Pitzorno, sembra offrire un contraltare alle disparità storiche, i numeri del report ricordano che il cammino verso un equilibrio effettivo è ancora in salita. Allo stesso modo, l’analisi sull’età degli autori e sulla provenienza editoriale restituisce l’immagine di un meccanismo che, pur nella sua solennità, è costantemente attraversato da tensioni e rinnovamenti silenziosi. Quella che emerge, insomma, è la fotografia di un’istituzione che, mentre si appresta a decretare il suo prossimo vincitore, misura il proprio peso non solo in termini di prestigio, ma anche attraverso le disuguaglianze e le evoluzioni che ha saputo—o non saputo—governare.




