La Topolino va ai 90, Torino celebra il compleanno della Fiat 500 che cambiò l’Italia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Tre giornate di sole torinese hanno fatto da cornice, da giovedì 11 a domenica 14 giugno, a un evento che mescola memoria collettiva e cultura meccanica: centotrentadue equipaggi – provenienti da dieci Paesi europei ed extraeuropei – hanno animato le strade del capoluogo piemontese in occasione del raduno “La Topolino va ai 90”.
Organizzata dal Topolino Autoclub Italia insieme al Club Topolino Fiat Torino, con il supporto dell’Automotoclub Storico Italiano e della Città Metropolitana, la manifestazione ha seguito una tradizione consolidata che, dal 2006, riporta i cultori del modello a Torino ogni qualvolta si compie un anniversario a cifra tonda della mitica utilitaria.
E non si tratta solo di nostalgia: le vetture, sfilando tra piazza Vittorio Veneto e le curve che portano alla Sacra di San Michele, hanno dimostrato una sorprendente agilità nel traffico contemporaneo, quasi come se quei cofani arrotondati e quei motori da 569 cc non avessero mai smesso di essere parte integrante del paesaggio urbano.
L’architettura di un’utilitaria che divenne rivoluzione sociale
Per comprendere l’affetto che ancora circonda la 500 A, bisogna tornare al 15 giugno 1936, quando la Fiat presentò quella che tecnicamente era una “vettura economica per il lavoro” ma che nella sostanza rappresentava il primo tentativo serio di motorizzazione di massa in Italia. Il progetto, inizialmente affidato a una logica di trazione anteriore, venne poi riconfigurato da un giovane ingegnere lucchese di formazione aeronautica, Dante Giacosa, il quale optò per una soluzione più tradizionale ma non per questo meno innovativa.
Il motore quattro cilindri, collocato davanti all’asse anteriore e persino davanti al radiatore, permetteva un muso affusolato che richiamava le fattezze del celebre personaggio Disney: da qui il soprannome “Topolino”, una definizione affettuosa che avrebbe oscurato persino il nome ufficiale. Pur costando 8.900 lire – ben oltre l’obiettivo iniziale di 5.000 – la vettura seppe ritagliarsi un ruolo unico, vendendo circa 20 mila unità l’anno fino allo scoppio del conflitto e riprendendo poi slancio nel dopoguerra per toccare, al termine della produzione nel gennaio 1955, oltre 376 mila esemplari.
Un raduno tra architettura, vetture d’epoca e dettagli da collezione
Le oltre 130 vetture radunate non erano semplici oggetti da museo, ma testimoni mobili di una storia industriale complessa. Durante l’itinerario, che ha toccato luoghi simbolo come la Reggia di Venaria, la Basilica di Superga e il Castello di Rivoli, il convoglio ha effettuato una tappa esclusiva allo Stellantis Heritage Hub, all’interno del complesso del Mirafiori.
Qui, in mezzo a cimeli e telai originali, gli equipaggi hanno potuto ammirare da vicino ciò che resta della produzione d’epoca, compreso un telaio di 500 A risalente al 1937, testimone silenzioso delle tecniche costruttive ispirate all’ingegneria aeronautica che Giacosa aveva importato dal suo precedente lavoro nei motori per aerei.
Non mancavano le edizioni più rare, come la Giardiniera Belvedere con i suoi listelli in legno di frassino – nata per impiegare le maestranze specializzate nella lavorazione del legno rimaste senza occupazione – accanto a esemplari costruiti su licenza all’estero, dalla Simca francese alla NSU-Fiat tedesca.
Il respiro internazionale e la geografia della passione
La caratura globale dell’evento era evidente nella varietà dei partecipanti: provenienti dalla Nuova Zelanda – dove un collezionista ha addirittura preso in prestito un’auto italiana per l’occasione – così come da Svezia, Olanda, Svizzera, Ungheria e Regno Unito, gli equipaggi hanno portato con sé non solo le loro vetture, ma anche strati diversi di interpretazione culturale dello stesso oggetto meccanico.
Nel parcheggio dinamico allestito in piazza Vittorio Veneto, una 500 A acquistata nel 1936 da un signore svedese ha attirato l’attenzione non per la perfezione cromatica, ma per i segni del tempo: rimasta nascosta in un fienile dall’inizio della guerra fino al 2019, quell’auto non è mai stata restaurata e mostra con orgoglio i graffi e le ammaccature di novant’anni di vita, incarnando alla lettera la filosofia del club organizzatore: “belle, meno belle, purché le usiate”.
Una filosofia, questa, che spiega forse meglio di ogni trattato perché la piccola 500 continui a muoversi – letteralmente – tra le generazioni, senza mai cedere il passo all’oblio.




