Addio ad Antonio Tejero, la pistola che sfidò la democrazia spagnola nel tentato golpe del 23-F
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Si è spento mercoledì 25 febbraio 2026 a Valencia, all'età di novantatré anni, Antonio Tejero Molina, l'ex tenente colonnello della Guardia Civil la cui immagine, con il tricorno in testa e la pistola brandita verso gli scranni del Congresso dei Deputati, è rimasta impressa nella memoria collettiva come il simbolo del più grave attacco alla democrazia spagnola dalla morte di Francisco Franco. La notizia del decesso, avvenuto in una clinica privata della città e circondato dall'affetto dei suoi sei figli, è stata diffusa dal legale della famiglia, Luis Felipe Utrera Molina, e da uno dei figli, che in un messaggio hanno voluto sottolineare come l'uomo abbia ricevuto gli ultimi sacramenti e la benedizione di Papa Leone XIV. Una coincidenza storica, voluta quasi da un beffardo destino, ha voluto che la scomparsa del golpista avvenisse nello stesso giorno in cui il governo spagnolo, guidato da Pedro Sánchez, ha proceduto alla desecretazione di decine di documenti riservati proprio su quel fallito colpo di Stato, a quarantacinque anni esatti dai fatti e a mezzo secolo dalla scomparsa del dittatore Franco.
L'irruzione al Congresso e le ore che cambiarono la Spagna
Era il tardo pomeriggio del 23 febbraio 1981 quando Tejero, alla guida di circa duecento agenti della Guardia Civil, fece irruzione nell'emiciclo di Madrid mentre era in corso la seconda votazione per l'investitura di Leopoldo Calvo-Sotelo come presidente del governo, dopo le dimissioni di Adolfo Suárez. Il suo grido «¡Quieto todo el mundo!» (Fermi tutti!), accompagnato da alcuni spari al soffitto per intimorire i presenti, interruppe bruscamente il processo parlamentare e tenne in ostaggio l'intera rappresentanza politica della nazione per diciotto ore. Tra i banchi, deputati e ministri, compreso lo stesso Suárez e i leader dell'opposizione come Felipe González e Santiago Carrillo, furono costretti a gettarsi a terra, in una scena di caos e paura che sembrò preludere a un ritorno al passato franchista. Tejero, che già nel 1978 era stato condannato a sette mesi di carcere per la cosiddetta Operazione Galaxia – un precedente tentativo di assaltare il Palazzo della Moncloa –, credeva in quel momento di poter imporre un governo militare. Le sue speranze si infransero però nella notte, quando il re Juan Carlos I, in un discorso televisivo indossando la divisa di capitano generale, sconfessò l'azione dei golpisti e ribadì il suo impegno per la Costituzione, ordinando alle autorità militari di mantenere la legalità vigente.
La carriera militare, gli anni in carcere e una vita da pensionato silenzioso
Nato ad Alhaurín el Grande, in provincia di Malaga, nel 1932, Tejero era figlio di un maestro repubblicano e agnostico, un dettaglio che rende ancora più marcata la sua successiva e viscerale adesione all'ideologia franchista. Entrato nell'Accademia Generale Militare di Saragozza nel 1951, la sua carriera lo portò a ricoprire incarichi in Comandanze delicate, come quelle di Vitoria e San Sebastián, dove entrò in contatto con i primi movimenti dell'ETA e dove maturò un profondo astio contro i simboli delle autonomie regionali, arrivando a scontrarsi con i superiori per la sua condotta. Dopo il fallimento del golpe, Tejero fu processato dal Consiglio Supremo di Giustizia Militare e condannato nel 1982 a trent'anni di reclusione per un delitto di ribellione militare, la pena massima prevista, che fu poi confermata dal Tribunale Supremo l'anno successivo. Trascorse oltre quindici anni in diversi istituti penitenziari militari, sparsi tra La Coruña, Figueras e Cartagena, prima di ottenere la libertà condizionale nel dicembre del 1996, diventando l'ultimo dei condannati per il 23-F a uscire di prigione. Una volta libero, scelse una vita lontana dai riflettori, dividendosi tra la Costa del Sol e Madrid, dedicandosi alla pittura, una passione nata dietro le sbarre, e alla famiglia. Le sue apparizioni pubbliche furono rare e, quando avvenivano, come nel 2007 in occasione di una messa in memoria di Pinochet o nel 2019 durante l'esumazione di Franco dal Valle de los Caídos, erano comunque funzionali a ribadire una vicinanza mai rinnegata all'estrema destra e ai valori del passato.
La desecretazione degli archivi e un'eredità storica complessa
La morte di Tejero, arrivata a pochi giorni dal quarantacinquesimo anniversario del suo assalto al Congresso, ha riaperto, seppur brevemente, il dibattito su una delle pagine più buie della transizione. La contestuale pubblicazione dei documenti desecretati, provenienti dagli archivi della Difesa, degli Interni e degli Esteri, non ha però portato, stando alle prime analisi della stampa iberica, a rivelazioni shock sui mandanti occulti o sul coinvolgimento di alte cariche dello Stato, suggerendo anzi che la figura di Juan Carlos I uscì rafforzata dal suo ruolo nel reprimere la sollevazione -4. Ciò che rimane, al di là delle carte desecretate, è la potenza di un'immagine: quel tenente colonnello baffuto con la pistola in pugno, che per un pugno di ore tenne in scacco la giovane democrazia spagnola, morendo nello stesso giorno in cui lo Stato ha deciso di mostrare tutte le sue carte. Un'eredità che lascia intatte le domande su quanto fosse profonda e ramificata la trama eversiva e su come un paese reduco da una dittatura possa davvero fare i conti con i fantasmi del proprio passato, specialmente quando questi si spengono nel silenzio di una clinica privata, lontano dal fragore degli spari che un tempo avevano assordato la nazione.




