La vedova di Stefano D'Orazio: «Difendo la sua memoria, lui lasciò i Pooh per quella figlia»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Tiziana Giardoni, vedova del batterista storico dei Pooh Stefano D'Orazio, torna a parlare con amarezza per respingere, come definisce, il fango gettato sulla memoria del marito. In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Giardoni smentisce con decisione le recenti notizie che parlano di una nuova richiesta di risarcimento, quantificata in centomila euro per danni psicofisici, avanzata in appello contro Francesca Michelon, la donna che il Tribunale di Roma ha riconosciuto come figlia biologica di D'Orazio solo nel 2025, al termine di una lunga vicenda giudiziaria conclusasi con l'esito del test del Dna. «Le notizie apparse in questi giorni sono del tutto infondate», chiarisce la signora, spiegando come in sede d'appello non sia nemmeno procedurale presentare domande nuove rispetto a quelle già depositate in primo grado dai suoi ex legali.
Il peso di una paternità mai accettata
Quello che emerge dalle parole della vedova è il ritratto di un uomo profondamente segnato, la cui serenità venne minata proprio dalla scoperta e dalle successive pressioni legate a quella figlia mai riconosciuta in vita. «Stefano ha lasciato i Pooh anche a causa della figlia segreta Michelon», rivela Tiziana Giardoni, dipingendo un quadro in cui il legame, vissuto dal musicista con enorme sofferenza, si sarebbe ridotto a una mera questione economica. D'Orazio, prosegue la moglie, con tristezza arrivò a definirsi «un bancomat», sentendosi strumentalizzato e utilizzato esclusivamente per motivi finanziari, in una vicenda che contribuì in modo decisivo alla sua decisione di abbandonare la storica band.
Una battaglia legale sul filo dell'eredità
La sentenza del tribunale romano, che ha stabilito la paternità di Stefano D'Orazio, ha avuto come immediata conseguenza una ridefinizione automatica delle quote ereditarie. È in questo contesto che si inserisce la richiesta di risarcimento per danni esistenziali, già avanzata in primo grado e ora al centro del giudizio d'appello, che Tiziana Giardoni difende come atto dovuto ma che rifiuta di vedere trasformata in un'arma per infangare la reputazione del marito. La sua battaglia, almeno a suo dire, non è dettata da questioni pecuniarie in sé, quanto dalla necessità di vedere riconosciute le sofferenze patite da D'Orazio, le cui ultime stagioni furono appesantite da quel conflitto interiore e giudiziario.
La memoria oltre il rumore della cronaca
Al di là delle specifiche vicende legali, che vedono le parti contrapposte in aula, il cuore della dichiarazione di Tiziana Giardoni resta la difesa appassionata della figura umana e artistica del compagno di una vita. «La cosa che mi infastidisce più di tutte è vedere buttare fango sulla memoria di mio marito Stefano, un uomo buono e generoso che ha fatto tanto del bene», afferma, tracciando un solco netto tra le beghe processuali e il ricordo privato dell'artista. Quella che viene descritta è una lacerazione profonda, che toccò nel vivo D'Orazio, spingendolo persino a un distacco dalle scene che per decenni lo avevano visto protagonista, in un climax di amarezza che la vedova continua a custodire e a cui attribuisce, senza mezzi termini, una causa precisa e dolorosa.




