Bitcoin e l’eco di Terra Luna: stesse perdite, dinamiche diverse per il mercato del 2026
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Redazione Economia
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Nell’attuale fase ribassista, e occorre sottolinearlo con nettezza per evitare facili paralleli, i numeri on-chain raccontano una verità statistica che mette i brividi: le perdite realizzate oggi – anche quelle delle cosiddette whale, i grandi detentori – equivalgono punto per punto a quelle registrate nel maggio del 2022, quando l’ecosistema Terra implose trascinando con sé Luna e la stablecoin algoritmica UST -1-6. Solo che, a differenza di allora, non ci sono fallimenti a catena di progetti di primo piano né un effetto domino paragonabile al collasso di una delle capitalizzazioni allora più celebrate. Ciò che colpisce, scorrendo i dati della blockchain e confrontando i due frangenti storici, è piuttosto la natura quasi chirurgica del disfacimento: non un terremoto sistemico, ma una lenta emorragia che ha colpito soprattutto chi era entrato nel mercato durante le battute finali del bull market dell’autunno 2025, quando Bitcoin aveva toccato i centoventiseimila dollari -3-7.
Il problema, oggi, non è tanto il drawdown – quel quarantotto per cento di perdita dai massimi storici di ottobre che pure ha inghiottito in poche settimane quasi un anno e mezzo di guadagni – quanto la totale assenza di volumi nella fase di presunta costruzione del bottom. Nelle precedenti grandi correzioni, da marzo 2020 fino al giugno del 2022, il suolo di mercato si era formato con un picco violento di scambi, una capitolazione rumorosa e immediatamente visibile -1. Stavolta no: i volumi sono anemici, la liquidità si ritira senza urlare, e i diciannove miliardi di dollari di liquidazioni registrati nell’ottobre del 2025 – quando un singolo operatore su Hyperliquid aprí una posizione short massiccia alla vigilia dell’annuncio dei dazi al cento per cento voluti da Donald Trump – rappresentano un record assoluto in valore, ma non hanno generato quell’esplosione di scambi che storicamente certifica l’esaurimento della pressione ribassista -4-9.
Il sipario dei tassi e l’assenza del deleverage sistemico
La discesa sotto la soglia psicologica dei sessantamila dollari, con un test lampo della media mobile a duecento settimane posizionata attorno a cinquantottomila dollari, ha riacceso il dibattito sulla natura stessa di questa correzione -3-8. Il dato macroeconomico – quel rapporto sull’occupazione americana piú forte del previsto – ha semplicemente tolto il velo da una fragilità che era già iscritta nei prezzi dei derivati. La Federal Reserve, infatti, non ha ancora allentato la presa, e anzi il contesto di tassi reali positivi continua a succhiare liquidità dai comparti piú rischiosi. Ma attribuire tutto il calo ai tassi, come pure molti commentatori fanno, significa trascurare un elemento strutturale: a differenza del 2022, quando l’intero edificio delle stablecoin algoritmiche tremò fino alle fondamenta e il mercato over-the-counter dei miner collassò sotto il peso delle macchine ASIC invendute, oggi non c’è alcun evento paragonabile al buco nero di Terra o, piú tardi, al tracollo di FTX -1-6.
Whale in accumulo e miner in sofferenza silenziosa
Certo, i miner soffrono: molti modelli di macchinario – soprattutto quelli delle generazioni precedenti – operano in perdita con Bitcoin sotto i settantamila dollari, e la capitolazione di alcuni operatori è già iniziata, anche se non ha assunto la brutalità del 2022 quando il hash rate subí una contrazione netta e immediata -1-2. Ma il dato che sorprende, e che differenzia questo ciclo dal passato recente, è il comportamento delle cosiddette new whales, quei grandi patrimoni entrati in scena nell’ultima fase rialzista. Loro non stanno svendendo i Bitcoin reali, quelli detenuti in cold storage o affidati ai depositari istituzionali; stanno semmai riducendo l’esposizione ai derivati, a quel Bitcoin di carta – futures, opzioni, perpetui – che aveva gonfiato il volume sintetico fino a raggiungere quindici volte quello spot -2. Il deleverage, insomma, è in corso, ma riguarda la cartamoneta e non la moneta.
La soglia dei cinquantottomila dollari e il silenzio prima del fondo
Il mercato, cosí, si trova in una terra di nessuno. La media mobile a duecento settimane – che nel 2015, nel 2018 e persino nel 2022 aveva segnato il perimetro inferiore oltre il quale non si scendeva se non per brevissime incursioni – è lí a cinquantottomila dollari, a indicare un pavimento storico che gli investitori guardano come un ipotetico ancora di salvezza -3-8. Ma l’Ichimoku Cloud, sul grafico settimanale, è stata violata al ribasso, e questo – tecnicamente – apre scenari di debolezza prolungata che nessuna moving average può scongiurare da sola -3-8. I volumi non raccontano storie di riscatto, gli indirizzi attivi non crescono, il sentiment è inchiodato alla paura. E mentre Trump, insediato nuovamente alla Casa Bianca, ridefinisce i confini della guerra commerciale, Bitcoin aspetta – senza sapere se il peggio sia alle spalle o ancora tutto da scrivere.




