Elsinore, la vera storia di Ian Charleson rivive alla Festa del Cinema di Roma
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, in corso fino al 25 ottobre all'Auditorium Parco della Musica, è approdato Elsinore, il film diretto da Simon Stone che porta sullo schermo la vicenda umana e artistica di Ian Charleson. Nel cast, Andrew Scott veste i panni dell'attore scozzese, mentre Olivia Colman interpreta la dottoressa Margaret Johnson, figura centrale nel difficile equilibrio tra le cure e la scelta di Charleson di continuare a calcare il palcoscenico.
Un ruolo arrivato dopo il ritiro di Daniel Day-Lewis
Londra, autunno 1989. Al National Theatre, la produzione di Amleto firmata da Richard Eyre rimane orfana del suo protagonista quando Daniel Day-Lewis abbandona la scena a metà della programmazione. È a quel punto che Eyre decide di offrire il ruolo principe della tragedia shakespeariana a Charleson, il quale accetta di imparare la parte in appena tre settimane.
L'attore, già noto al grande pubblico per l'interpretazione di Eric Liddell in Momenti di gloria, aveva esordito sul grande schermo con Derek Jarman in Jubilee e aveva poi preso parte a Gandhi di Richard Attenborough.
La malattia nascosta dietro le luci della ribalta
Ciò che il pubblico e gran parte della compagnia non sapevano è che Charleson stava combattendo contro l'Aids, malattia che all'epoca era ancora fortemente stigmatizzata. La versione ufficiale parlava di un gonfiore al viso dovuto a un intervento ai seni paranasali, ma in realtà l'attore conviveva con i sintomi debilitanti della malattia e con le terapie invasive a cui si sottoponeva.
Nonostante le condizioni di salute peggiorassero di settimana in settimana, Charleson non volle rinunciare al ruolo che aveva inseguito per anni, arrivando persino a lasciare di nascosto la clinica pur di non mancare alle rappresentazioni.
Una sfida artistica trasformata in atto di resistenza
La produzione andò in scena per sei settimane e la performance di Charleson fu accolta come una delle più straordinarie della sua generazione. Il regista Richard Eyre ha ricordato come l'attore, nonostante il fisico provato, riuscisse a incarnare il principe di Danimarca con un'intensità che andava oltre la semplice recitazione. «Non stava interpretando la parte, la diventava», ha raccontato Eyre, descrivendo il momento dell'ultima chiamata al sipario, quando Charleson rimase immobile davanti agli applausi «come un pugile stanco, picchiato dagli applausi».
Il legame tra il testo shakespeariano e il destino dell'interprete
Il titolo del film non è soltanto un riferimento al castello danese in cui Shakespeare ambienta la tragedia. Elsinore diventa così uno spazio simbolico in cui il destino del personaggio teatrale e quello dell'attore finiscono per rispecchiarsi, in un intreccio che emerge persino in un dettaglio apparentemente secondario, come la moto da cross esposta in un negozio su cui campeggia proprio la scritta Elsinore. Amleto è un testo che parla di morte, ma anche di crescita e di accettazione, temi che nella vicenda di Charleson trovano una corrispondenza drammatica e concreta.
Un'eredità che continua a essere ricordata
Ian Charleson morì il 6 gennaio 1990, otto settimane dopo la fine delle rappresentazioni, all'età di quarant'anni. Aveva chiesto espressamente che la causa del decesso fosse indicata pubblicamente come Aids, un gesto di trasparenza raro per l'epoca. Dal 1991, gli Ian Charleson Awards vengono assegnati ogni anno per premiare le migliori interpretazioni teatrali classiche di attori under 30 nel Regno Unito, mentre a Londra il centro diurno per pazienti Hiv dell'ospedale Royal Free porta il suo nome.
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