Tacconi, le mani di un eroe e i consigli per la Juve di oggi
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Redazione Sport
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A quarant'anni di distanza, l’ottavo dicembre del 1985 resta una data scolpita nella memoria collettiva juventina, un momento in cui l’esito di una coppa mondiale per club si decise tra la tensione del dischetto e il riflesso prorompente di un portiere. Stefano Tacconi, l’artefice di quei due salvi decisivi contro l’Argentinos Juniors, ripercorre con Tuttosport le trame di una serata epica a Tokyo, intrecciando i ricordi di un passato glorioso con una riflessione sul presente, senza nascondere le battaglie personali che segnano il suo quotidiano. "Tiriamo avanti, ancora con una stampella", ammette con il piglio di chi non si è mai risparmiato, neppure quando a prenderlo in giro per l’andatura incerta sono stati i vecchi compagni di squadra come Platini, Cabrini e Brio, ormai accomunati, seppur tra sorrisi, dai segni del tempo.
Aneddoti di un'epoca irripetibile
Il racconto di Tacconi, mentre rievoca atmosfere e personaggi, si sofferma su particolari che dipingono un’epoca calcistica e sociale profondamente diversa dall’attuale. Spicca, tra i molti episodi, quello legato alla magnanimità dell’allora presidente Agnelli, il quale, dopo la vittoria, volle omaggiare ogni giocatore con un orologio Patek Philippe, un gesto di eleganza e riconoscimento che oggi apparirebbe fuori da qualsiasi schema. Lo stesso Platini, indicato dall’ex portiere come il miglior giocatore in campo dopo di lui in quella finale – tanto da vincere una Toyota come premio –, viene ricordato con affetto e una punta di irriverente complicità: "L'ho rivisto bene, anche se non ha mai avuto la tartaruga", scherza Tacconi, tratteggiando un’immagine umana e lontana dai cliché del campione.
Uno sguardo al futuro della porta bianconera
Se la nostalgia fa da cornice al dialogo, il pensiero di Tacconi vola con decisione all’attualità della squadra che difese per tanti anni, offrendo un parere tecnico preciso e sentito. La sua analisi, svincolata da ogni diplomazia di circostanza, si concentra sul ruolo che fu suo, quello del portiere, indicando senza esitazione un nome per il futuro bianconero. "Mi piace tanto Carnesecchi dell’Atalanta", dichiara, lanciando un endorsement netto verso il giovane estremo difensore bergamasco, visto come un profilo ideale per vestire i guanti della Juve negli anni a venire. Una considerazione che nasce dall’occhio esperto di chi tra i pali ci ha vissuto e conosce i dettagli che fanno la differenza.
Il valore di una memoria vivente
Quello che emerge dal lungo colloquio è il ritratto di un uomo che custodisce, dentro di sé, la storia viva di un club e di una generazione di calciatori che hanno segnato un’era. Le sue parole, pur attraversate dalla malinconia per tempi irripetibili e dalla fatica di una condizione fisica non più florida, mantengono una lucidità e una passione evidenti, trasmettendo non solo aneddoti ma una visione del calcio fatta di sacrificio, talento e legami indissolubili. Tacconi, con la sua schiettezza, continua a tirare avanti, proprio come fece in quella notte di Tokyo, quando il suo coraggio regalò al mondo juventino un trofeo per l’eternità.




