Porta a Porta compie trent'anni, tra eredità e critiche nel giorno di un ascolto basso
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il trentennale di "Porta a Porta", celebrato in una puntata speciale che ha ospitato i messaggi del Pontefice e i leader politici, si è scontrato con un dato d'ascolto che, stando alle rilevazioni, non ha superato il 7% di share. Un paradosso per un programma che, come ebbe a definirlo un presidente della Repubblica, rappresenta da tempo il "terzo braccio del Parlamento", divenendo il luogo elettivo in cui i problemi cruciali del Paese trovano una vetrina e una discussione pubblica. La trasmissione, che ha esordito nel 1996 sotto la conduzione di Bruno Vespa, ha infatti attraversato diciassette governi e undici presidenti del Consiglio, con la sola eccezione di Mario Draghi, configurandosi come una cronaca vivente della politica italiana. La sua longevità, però, non la sottrae a un'analisi critica, come quella svolta durante "Striscia la Notizia", che ne ha ripercorso la storia mettendone in luce il ruolo ambivalente nell'ecosistema mediatico nazionale.
L'analisi di Striscia e il nodo della controinformazione
Proprio in una di queste riflessioni, Enrico Lucci ha interpellato Antonio Ricci sulla natura dell'informazione nell'era digitale, sollevando una questione cruciale: se oggi sia il web a fare davvero controinformazione. La risposta dell'ideatore di "Striscia" ha toccato un nervo scoperto, quello delle fake news, individuando nel tentativo di smentirle sistematicamente un rischio concreto, quello di «entrare nell'impasto venefico delle notizie tarocche». Ricci ha però sottolineato come qualsiasi atto informativo, compreso quello di difendersi dalle truffe, richieda sempre uno sforzo attivo di discernimento da parte del cittadino, il quale deve imparare a dubitare e a verificare. Un monito che, pur riferito al panorama digitale, sembra riverberarsi anche sul consumo di un'informazione televisiva tradizionale, la cui autorevolezza non può essere data per scontata.
Una ricognizione critica tra cerimonie e plastici
La celebrazione dei trent'anni, al di là dei doverosi auguri e dei complimenti arrivati anche da Fiorello, che ha definito il programma «l'OnlyFans del giornalismo» per la sua capacità di mettere a nudo la politica, invita a una riflessione più profonda. La trasmissione, memorabile fin dalla sua sigla iniziale con la ripresa dall'alto di via Teulada e la solenne figura del conduttore, ha creato un formato basato su una serietà granitica, spesso priva di autoironia, che ne ha caratterizzato lo stile inconfondibile. Attraverso oltre 3.600 puntate, ha raccontato non solo la politica ma anche il costume, ospitando quattro Papi e seguendo tre Conclavi, diventando un punto di riferimento per generazioni di telespettatori. Il suo successo, però, ha coinciso con una progressiva erosione del ruolo del Parlamento, come osservato da più parti, accelerando quel processo per cui il dibattito pubblico si è spostato sempre più sul piccolo schermo.
L'eredità di un format e le sfide attuali
La bassa percentuale d'ascolto registrata nella serata del festeggiamento, se da un lato può apparire un dato contingente, dall'altro solleva interrogativi sulla capacità di un format così radicato di dialogare con un pubblico mutato, abituato a ritmi e linguaggi diversi. Il programma, che ha saputo documentare cinque elezioni presidenziali culminate con la scelta di Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi e Sergio Mattarella, resta un'istituzione del palinsesto. Tuttavia, il suo modello, costruito su interviste monologanti e su una regia ieratica, deve fare i conti con un ecosistema dell'informazione frammentato e velocissimo, dove il confine tra notizia e rumore di fondo è sempre più labile. La sfida, oggi, non è solo raccontare la storia ma farsi ascoltare in un contesto saturo di voci, dove l'impegno critico dello spettatore, auspicato da Ricci, diventa l'unico vero antidoto alla superficialità.




