Rimpatri forzati e asilo, l'Ue stringe sui migranti con il nuovo Patto
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Redazione Esteri
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Tre nuovi regolamenti sui rimpatri, frutto dell’accordo politico raggiunto dai ministri dell’Unione Europea, sono destinati a integrare il Patto sulla migrazione e l’asilo, delineando una svolta che molti osservatori non esitano a definire dura. L’annuncio, per come è stato formulato dalle istituzioni comunitarie, punta a marcare un passo avanti verso quella che viene definita una gestione più efficace dei rimpatri stessi, accompagnata da una razionalizzazione, non sempre lineare, delle procedure per ottenere protezione internazionale. La direzione generale Affari Interni, che ha diffuso il comunicato, parla esplicitamente di un rafforzamento della sicurezza interna, un obiettivo che, seppur condivisibile in astratto, rischia di tradursi in pratiche alquanto discutibili quando si scende nel concreto delle procedure applicative, spesso lasciate alla discrezionalità dei singoli stati membri.
L'accordo politico e la "linea dura"
Il pacchetto di norme, su cui i Ventisette hanno trovato un’intesa, è stato inasprito rispetto alle proposte iniziali della Commissione, concentrandosi in modo particolare sui rimpatri e sulla controversa nozione di “paesi terzi sicuri”. Una scelta che, secondo alcune voci critiche, sembra riflettere un approccio illusorio al governo dei flussi migratori, il quale, come dimostrano numerosi precedenti, raramente si lascia imbrigliare da mere disposizioni normative. Silvia Carta, Advocacy Officer di Picum, una rete che lavora per i diritti dei migranti privi di documenti, ha parlato di una proposta che “contraddice l’umanità di base e i valori dell’Europa”, introducendo un regime percepito come punitivo. Questo nuovo quadro, che dovrà essere negoziato con il Parlamento Europeo, segna una netta sterzata nelle politiche migratorie comunitarie, avvicinandole a modelli già sperimentati altrove, come negli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, dove le deportazioni hanno costituito un pilastro dell’azione governativa.
Il nodo giuridico e il "controlimite" costituzionale
La complessità della materia, d’altronde, emerge con forza quando le norme comunitarie si scontrano con i principi fondamentali degli ordinamenti nazionali. È il caso dell’Italia, dove alcuni giudici hanno iniziato a sollevare questioni di legittimità costituzionale riguardo alle nozioni di “paese sicuro” sancite dal diritto dell’Unione. Per il giudice Luca Minniti del tribunale di Bologna, le norme europee smettono di essere intoccabili quando entrano in conflitto con i principi supremi della Carta costituzionale italiana, riscoprendo quel “controlimite” che funge da argine alla preminenza del diritto comunitario. Una presa di posizione significativa, che mette in luce le tensioni tra diverse fonti del diritto e i potenziali conflitti che potrebbero scaturire dall’applicazione dei nuovi regolamenti, i quali potrebbero essere giudicati, in taluni casi, incostituzionali.
Le implicazioni per il diritto d'asilo
Il cuore della discussione, al di là degli aspetti procedurali, riguarda la sostanza stessa del diritto di asilo, che appare messo in discussione da questa serie di interventi normativi. L’idea di istituire dei cosiddetti “return hub”, luoghi dove concentrare le procedure di rimpatrio accelerandone i tempi, rischia di trasformare la richiesta di protezione in una mera questione amministrativa, svuotandola della sua essenza giuridica e umana. L’accento posto sulla rapidità delle espulsioni e sulla cooperazione con paesi terzi, spesso al di fuori di solidi controlli sul rispetto dei diritti umani, solleva interrogativi profondi sulla reale volontà di proteggere chi fugge da persecuzioni e conflitti. Si delinea, in altre parole, un sistema che privilegia il respingimento rispetto all’accoglienza, la deterrenza rispetto alla valutazione individuale delle istanze, in un contesto dove le garanzie per i richiedenti asilo sembrano assottigliarsi progressivamente.




