Minneapolis, la virtù comune e la paura del MAGA

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La veglia spontanea, germogliata come un fiore sul cemento di un marciapiede dove Alex Pretti è stato ucciso, non è un episodio isolato ma piuttosto il sintomo più visibile di un tessuto sociale che, a Minneapolis, resiste e si organizza. Mentre gli infermieri, colleghi della vittima, condividevano ricordi e dolore sotto i riflettori flebili delle candele, un'altra attività, più strutturata e quotidiana, prosegue senza clamore nei quartieri. È quella incarnata da Wintana Melekin, fondatrice e direttrice del Groundwork Institute, il cui compito è formare nuove generazioni di organizzatori di comunità, figure che coordinano aiuti e progetti replicando quel modello che fu, ad esempio, la scuola politica di Barack Obama a Chicago. Una normale attività del bene, dunque, che procede parallelamente alla mobilitazione contro le incursioni dell’Ice e del Border Patrol, dimostrando come la risposta alla paura non sia solo la protesta ma anche la costruzione meticolosa di alternative.

L'ossatura della resistenza quotidiana

Questo dualismo tra commemorazione e azione concreta delinea i contorni di una città che rifiuta di arrendersi a una narrazione di violenza e divisione. “Dobbiamo restare uniti, ce l'ha insegnato il caso Floyd”, dicono tra gli attivisti, mentre altri sottolineano con fermezza che “i nostri figli non devono più vedere gente portata via con la forza”. Le parole, per quanto necessarie, sono considerate insufficienti da chi, come alcuni leader locali, si chiede se basti “restare all’angolo della strada con una candela”, arrivando a una risposta negativa che spinge verso un impegno più profondo. Una posizione che trova un'eco inaspettata anche nelle parole del cardinale Parolin, il quale ha definito “inaccettabili” i fatti occorsi nella città, aggiungendo un tassello di riprovazione morale che supera i confini della militanza.

La paura segreta dei moralmente depravati

Proprio questa normalità del bene, questa virtù praticata in modo comune e diffuso, costituisce il nucleo di un'analisi proposta da Adam Serwer e ripresa da Mike Masnick. La frase centrale, che Masnick suggerisce di affiggere su ogni lampione, recita: “La paura segreta delle persone moralmente depravate è che la virtù sia qualcosa di davvero comune e che siano loro a essere soli”. Un'affermazione che, secondo l'analista, fornisce una chiave di lettura potente per comprendere le dinamiche in atto, perché mina alla base l'ideologia del movimento MAGA, il quale vedrebbe crollare i propri capisaldi ideologici di fronte all'evidenza di una solidarietà ordinaria e tenace. Una lettura che trasforma la resistenza di Minneapolis da mera reazione a emergenza in un fenomeno culturalmente e politicamente destabilizzante per chi fonda il consenso sulla paura e sull'individualismo.

La disperazione che non paralizza l'azione

Su uno sfondo diverso, ma tangente, si colloca la voce dello scrittore Richard Ford, la cui disperazione nasce dalla percezione di un orizzonte chiuso. “Sono disperato perché non ho idea di come tutto ciò possa finire”, ha confessato, definendo i raid in Minnesota una “follia” la cui fine è legata indissolubilmente alla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca. Questa disperazione, però, non sembra permeare le strade di Minneapolis, dove l'incertezza sul futuro non paralizza ma anzi alimenta la rete di mutuo soccorso e di organizzazione civile. Mentre i “partigiani dell’impeachment” portano avanti le loro battaglie nelle aule del potere, a livello di base si consolida una trincea diversa, fatta di formazione, supporto legale e presenza fisica, che prova a rendere la città un luogo meno ostile per i suoi abitanti più vulnerabili.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.