Il sindaco di Bologna attacca il governo dopo l'omicidio del capotreno: "Un espulso libero di colpire"
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Redazione Interno
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La stazione di Bologna, crocevia di vite e di storie, è oggi il cuore di un lutto che interroga le coscienze e le istituzioni. L’omicidio di Alessandro Ambrosio, il capotreno accoltellato lunedì pomeriggio nel parcheggio riservato ai ferrovieri, ha scoperato una vulnerabilità che va oltre i cancelli degli scali, spingendo il sindaco Matteo Lepore a una critica dura e senza mediazioni verso l’esecutivo. In un’intervista rilasciata nel corso della commemorazione, Lepore ha messo il dito nella piaga di un sistema che, a suo dire, non ha funzionato: «Perché una persona pericolosa con precedenti era lì?», ha chiesto, riferendosi all’autore del gesto, il croato Marin Jelenic. Il primo cittadino, sottolineando come la sicurezza nelle stazioni sia un tema molto sentito dal personale, ha implicitamente contestato l’efficacia delle politiche nazionali in materia, quelle stesse che avrebbero dovuto impedire la presenza in territorio italiano dell’uomo.
Un decreto di espulsione inattuato e una scia di violenza
La domanda del sindaco trova una sua tragica premessa nei documenti. Jelenic, infatti, avrebbe dovuto essere già lontano dall’Italia nel giorno del delitto, avendo ricevuto un decreto di allontanamento firmato dal prefetto di Milano e notificatogli a fine dicembre. Quell’atto, che lo rendeva un ospite indesiderato nel nostro paese, non è stato però eseguito in tempo, lasciando che una potenziale minaccia si muovesse liberamente fino a incontrare, per motivi ancora in corso di accertamento ma legati a uno screzio avvenuto sul treno, la sua vittima. Un episodio, quello di Bologna, che non rappresenta un fuori programma nella biografia del 36enne, il quale già lo scorso ottobre si era reso protagonista di una plateale escalation di violenza in un supermercato di Udine, dove, sorpreso a rubare della birra, aveva devastato il locale lanciando merce e prendendo a calci gli scaffali sotto gli sguardi attoniti di presenti e telecamere.
La paura quotidiana di chi lavora sui treni
A dare concretezza umana a una vicenda che rischia di rimanere confinata nelle cronache giudiziarie, sono le parole di Francesca Ballotta, la fidanzata ventisettenne di Ambrosio. La giovane, partecipando al presidio di protesta del personale ferroviario, ha dipinto un ritratto intimo e disarmante dell’uomo scomparso, descrivendone l’amore per un mestiere spesso segnato dall’inquietudine. In un messaggio risalente a una settimana prima della morte, lo stesso Ambrosio le aveva confidato di essere “impazzito” nel dover far pagare il biglietto a tre persone a bordo, un dettaglio apparentemente minore che invece solleva il velo sulle tensioni silenziose e quotidiane che attraversano i vagoni, dove il controllo può trasformarsi in un confronto pericoloso.
La sicurezza come priorità mancata
Il filo che unisce la disperazione privata, l’allarme delle istituzioni locali e il fallimento nell’applicazione di un provvedimento amministrativo è dunque la questione della sicurezza percepita e concreta. L’interrogativo sollevato da Lepore non mira a cercare colpe facili nell’immediato, bensì a evidenziare una frattura tra la pianificazione delle misure di prevenzione e la loro effettiva attuazione sul territorio. Quando un provvedimento di espulsione, strumento cardine della politica di controllo governativa, rimane lettera morta, permettendo a un individuo già noto per condotte aggressive di muoversi nell’area di un nodo cruciale come una stazione, è l’intera architettura della sicurezza a mostrare crepe profonde, lasciando scoperti sia i cittadini che, in particolare, coloro il cui lavoro li espone in prima linea.




