Danimarca, il rito della rielezione per Frederiksen è una vittoria amara: i socialdemocratici al palo dopo un secolo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un’aria di spartiacque, a Copenaghen, seppure avvolta nella tradizionale cortesia nordica. La notte elettorale che si è chiusa ieri, 25 marzo, ha restituito l’immagine di una leader, Mette Frederiksen, costretta a incassare un risultato che sa di pietra d’inciampo più che di trionfo. Il suo partito, i socialdemocratici, resta sì la prima forza politica del paese – conquistando da solo una fetta del 21,8 per cento dei voti secondo le proiezioni definitive – ma lo fa toccando un fondo storico che non si registrava dal lontano 1903. Una contrazione netta, quasi sei punti percentuali in meno rispetto al 27,5 del 2022, che fotografa il malessere di un elettorato stanco, forse, di una gestione del potere che negli ultimi sette anni ha dovuto navigare tra crisi internazionali, tensioni geopolitiche e pressioni interne sempre più asfissianti.

Se da un lato Frederiksen, 48 anni, ha ribadito con la consueta fermezza la propria disponibilità a guidare un terzo mandato, dall’altro l’aritmetica parlamentare si presenta come un vero e proprio rompicapo. Il cosiddetto “blocco rosso” di sinistra, che la premier ha rappresentato fino ad oggi, si ferma a 84 seggi; il “blocco blu” di centrodestra, guidato nelle urne da una destra frammentata, si attesta a 77. Nessuno dei due schieramenti raggiunge la soglia fatidica dei 90 voti necessari per governare in autonomia nel Folketing, il parlamento monocamerale danese. E’ in questo vuoto che si inserisce il peso specifico dei “Moderati”, il partito centrista del ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen, che con i suoi 14 seggi diventa l’ago della bilancia, l’interlocutore obbligato per chiunque voglia provare a costruire una maggioranza stabile.

Il cortocircuito della coalizione: il centro come unico orizzonte possibile

La complessità della situazione, per Frederiksen, risiede proprio nella natura di quell’ago della bilancia. Løkke Rasmussen, ex primo ministro e ora figura centrale nella gestione della crisi con gli Stati Uniti, ha già fatto sapere di guardare con favore a un governo che attraversi il centro, un’alleanza che superi la tradizionale dicotomia destra-sinistra. Una prospettiva che, sulla carta, potrebbe tenere in vita l’esecutivo uscente, ma che si scontra con la volontà di Venstre, il partito liberale che rappresenta la sponda principale del centrodestra. Il suo leader, Troels Lund Poulsen, ha infatti escluso con decisione una nuova riezione con i socialdemocratici, gettando un’ombra di incertezza sulle trattative e spingendo affinché siano i moderati a convergere verso un’alleanza di centrodestra. Frederiksen, dal canto suo, ha ammesso con realismo che il percorso per formare il prossimo governo sarà irto di ostacoli, una sorta di labirinto in cui la volontà di rimanere al potere si scontra con il dato impietoso di una fedeltà popolare in netta flessione.

In questo scenario, la campagna elettorale è stata dominata da questioni squisitamente domestiche. L’inflazione, il costo della vita e il futuro del welfare sono stati i temi caldi che hanno acceso il dibattito, mentre l’immigrazione è diventata un terreno scivoloso per la stessa Frederiksen. La sua linea, storicamente restrittiva su questo fronte, ha finito per alienarle una fetta dell’elettorato più a sinistra, mentre la destra nazionalista – in particolare il Partito Popolare Danese – ha capitalizzato proprio su questo malcontento, risultando tra i vincitori della tornata. Una morsa politica, insomma, che ha stretto la premier tra due fuochi: accusata di essere troppo dura da chi la guarda da sinistra, e ritenuta ancora troppo morbida da chi chiede un giro di vite ancora più severo.

Groenlandia, il nodo esterno che pesa sul voto interno

Sullo sfondo, ma non per questo meno ingombrante, resta la questione Groenlandia. Il territorio autonomo, i cui due seggi parlamentari non sono stati ancora assegnati a causa della complessità dello scrutinio, ha rappresentato una variabile geopolitica di primo piano. Frederiksen ha costruito parte della sua popolarità internazionale – e della sua narrativa di campagna – su un atteggiamento di fermezza nei confronti delle pressioni di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, che non ha mai nascosto le proprie mire espansionistiche sull’isola artica. Una posizione da “baluardo” che le è valsa consensi in sede internazionale, ma che in patria, a giudicare dal dato elettorale, non è riuscita a compensare il malessere legato alle politiche interne e alla percezione di una leadership logorata dal tempo.

Per gli elettori danesi, la difesa della sovranità nazionale sull’Artico sembra aver contato meno, in cabina elettorale, della necessità di trovare risposte immediate alla crisi economica. Eppure, è proprio questa tensione internazionale a rendere delicato il momento: mentre i partiti si preparano a trattative che potrebbero durare settimane, il paese si trova nella posizione paradossale di avere una leader riconosciuta come punto di riferimento per la sicurezza, ma priva di una maggioranza certa per governare. Il calo dei socialdemocratici, il peggiore in oltre un secolo, non è solo un dato statistico: è il sintomo di un’epoca politica in cui la capacità di resistere alle tempeste esterne non basta più a garantire la coesione interna.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.