La débâcle silencieuse: in Danimarca i socialdemocratici vincono perdendo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non c’è tripudio, a Copenaghen, al termine di una notte elettorale che ha restituito un quadro politico tanto frammentato quanto paradossale. I socialdemocratici della premier uscente Mette Frederiksen si sono confermati, sì, la prima forza del paese, ma lo hanno fatto registrando il peggior risultato dalla fine dell’Ottocento: un successo che sa di resa, una vittoria che espone tutte le crepe di un sistema destinato a lunghe settimane di stallo.

Con un'affluenza che ha superato l’84%, segno di una partecipazione civica ancora radicata nonostante la disaffezione per la classe politica, i danesi hanno consegnato al nuovo Folketing una composizione complicatissima. I 13 partiti del Regno hanno tutti superato la soglia di sbarramento del 2%, polverizzando le tradionali alleanze tra blocchi. Il centrosinistra, pur restando il perno della futura geometria variabile, non raggiunge la soglia critica dei 90 seggi necessari per governare da solo; manca all’appello una maggioranza autosufficiente, e il centro, con i liberali di Lars Løkke Rasmussen, si trova ora a detenere le chiavi della reggia.

Frederiksen, 48 anni, il volto europeo della fermezza nei confronti di Mosca e di una linea dura sull’immigrazione che ha riscritto i canoni della sinistra scandinava, ha già rimesso il mandato dopo l’incontro con Re Federico. Pur dichiarandosi pronta a un terzo mandato, l’ammissione è filtrata tra le righe: formare un nuovo esecutivo non sarà semplice. La sua parabola, iniziata come simbolo di una leadership rassicurante durante la pandemia, appare oggi segnata da una fragilità inedita, sospesa tra il consenso eroso alle urne e la necessità di stringere patti con chi, fino a ieri, era avversario.

Il fattore Rasmussen e il peso della Groenlandia

A differenza dei colleghi italiani, spesso bersaglio di critiche per rilevazioni ballerine, i sondaggisti danesi hanno centrato l’obiettivo con precisione chirurgica, confermando exit poll che lasciavano poco spazio all’immaginazione. A godere della fotografia più nitida è stato proprio Lars Løkke Rasmussen, il leader dei Moderati, che si trova ora a ricoprire il ruolo di ago della bilancia. Il suo partito centrista, forte di un numero di seggi sufficiente a far pendere l’ago verso destra o verso sinistra, diventa l’interlocutore obbligato per chiunque voglia aspirare a guidare il paese.

La campagna elettorale, d’altronde, ha avuto una sceneggiatura imprevedibile, dominata per settimane dalla tensione con Washington. L’ossessione di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, per l’acquisizione della Groenlandia ha rappresentato per mesi il principale tema di dibattito, offrendo a Frederiksen la ribalta internazionale ma finendo poi per sgonfiarsi proprio nel momento decisivo del voto. Con la crisi diplomatica rientrata nei binari di trattative tecniche sulla sicurezza artica, il confronto è rapidamente scivolato su terreni più domestici e, per il governo uscente, insidiosi.

L’accordo sui maiali e la tassa sul carbonio

Se il pericolo Trump si è allontanato, a riempire il vuoto della discussione pubblica sono arrivati i conti in sospeso con l’economia reale e con la transizione ecologica. Il costo della vita, la pressione fiscale e il futuro del welfare sono tornati al centro, ma a catalizzare il malcontento di una parte dell’elettorato rurale è stato un provvedimento specifico: il Green Tripartite Agreement. Si tratta di un accordo storico che introduce la prima carbon tax al mondo sulle emissioni del bestiame, una misura pensata per rivoluzionare il settore agricolo danese, simbolo di una modernità green che ha finito per scontrarsi con la concretezza delle aziende agricole e degli allevamenti intensivi di suini.

La discussione sulla tassa ai maiali, così come le complesse trattative per la riconversione dei terreni agricoli, hanno acceso il dibattito in maniera molto più efficace delle questioni di politica estera. In questo contesto di malessere diffuso, la premier ha dovuto fare i conti con l’ascesa di partiti più radicali, come il Partito Popolare Danese, che hanno saputo intercettare il voto di protesta degli agricoltori e delle periferie, triplicando il proprio peso in parlamento e dimostrando che l’egemonia culturale del centrosinistra sull’ambiente non è più scontata.

Trattative e un parlamento al femminile

Il quadro che ne esce è quello di un’aula destinata a lunghe e complesse trattative, dove il ruolo dei partiti minori, compresi quelli delle isole Faroe e della stessa Groenlandia, potrebbe rivelarsi decisivo per raggiungere quelle soglie che ai blocchi tradizionali sfuggono. Il nuovo Folketing, inoltre, presenta un dato simbolico di rilievo: con 86 donne elette su 179 seggi totali, il parlamento danese raggiunge un primato di rappresentanza femminile che segna un ulteriore scarto con le tradizioni politiche di altri paesi europei.

Per Mette Frederiksen, che pure rimane la figura di maggior spicco, si apre ora il capitolo più difficile. Il mandato è stato formalmente riconsegnato, la sovranità passa al sovrano e poi ai leader dei partiti, chiamati a esplorare le possibili combinazioni. La frammentazione è tale che nessuna ipotesi è da scartare, nemmeno quella di un governo transpartitico che metta insieme pezzi di destra, sinistra e centro, con Rasmussen pronto a dettare le condizioni. Quella che si prospetta è una fase di stallo destinata a protrarsi, in cui la stabilità del paese sarà appesa alla capacità di ricucire strappi che il voto ha reso evidenti, tra un’Europa in cerca di riferimenti e le necessità interne di un regno che, per ora, rimane senza una guida certa.

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