L’uomo del sapone e l’effetto Groenlandia: il rebus politico danese
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Redazione Esteri
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Il leader centrista che si lava i denti con il sapone: non era certo lusinghiero il Titolo che Politico aveva dedicato a Lars Løkke Rasmussen alla vigilia del voto, eppure quel ritratto sprezzante rischia di trasformarsi in una profezia politica. Le elezioni legislative in Danimarca, chiuse ieri con un sostanziale testa a testa tra il blocco “rosso” e quello “blu”, consegnano infatti al paese un quadro frammentato in cui i vecchi equilibri saltano e il futuro dell’esecutivo passa nelle mani di quello che gli analisti locali definiscono il “dominatore” della nuova scena: l’ex premier di centro-destra, oggi alla guida dei Moderati, quel partito di “estremo centro” che con l’8 per cento e quattordici seggi si candida a fare da ago della bilancia.
A fare le spese di questa riconfigurazione è innanzitutto Mette Frederiksen, la premier socialdemocratica che pure rimane il primo partito del paese ma incassa una sonora batosta. I primi exit poll diffusi dalla televisione pubblica DR raccontano di un crollo che porta i suoi sostenitori sotto la soglia critica del 20 per cento, un tracollo di oltre otto punti rispetto al 2022 che rappresenta di fatto il peggior risultato per i socialdemocratici dall’inizio del secolo scorso. Un flop, questo, che potrebbe essere costato la riconferma a Frederiksen se non fosse intervenuto quel fattore imprevisto che gli analisti hanno ribattezzato “effetto Groenlandia”.
La scommessa politica della premier, insomma, è vinta a metà. I sondaggi di qualche mese fa la davano sprofondata fino al 16 per cento, in un autentico inferno elettorale che sembrava segnare la fine di un’era. Poi è arrivata la minaccia di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti tornato alla Casa Bianca, che con le sue mire espansionistiche sull’isola artica ha riacceso l’istinto patriottico dei danesi. Frederiksen, in quella circostanza, ha impersonato la fermezza nazionale: “La Groenlandia non è in vendita”, ha ripetuto in tutte le sedi, capitalizzando in termini di consensi quella che all’inizio dell’anno sembrava una crisi diplomatica ingestibile. Il risultato, al netto del calo pesante, è un purgatorio politico che le permette ancora di sperare in un terzo mandato.
Un flop che poteva essere peggiore
I numeri, se analizzati con attenzione, raccontano di una tenuta paradossale. Il dato definitivo della socialdemocrazia si attesta su un magro 19,2 per cento secondo le proiezioni, il peggior risultato dal lontano 1901. Eppure Frederiksen, che ha ammesso candidamente come “la sconfitta sia maggiore di quanto ci aspettassimo”, può comunque contare su un margine di vantaggio rispetto al centrodestra, il quale arranca a sua volta con i liberali di Venstre del ministro della Difesa uscente Troels Lund Poulsen fermi sotto la doppia cifra, al loro minimo storico.
A decidere la partita, come sempre accade in Danimarca, saranno i margini: il blocco di sinistra guida con 86 seggi contro i 75 del blocco di destra, ma la maggioranza assoluta dista quattro lunghezze dai 90 necessari per governare. Ed è qui che entra in scena Lars Løkke Rasmussen con i suoi Moderati, pronti a fare da ago della bilancia tra le due sponde politiche. L’ex premier, che della politica danese ha già scritto pagine importanti, potrebbe dettare le condizioni per la formazione del prossimo esecutivo.
La Groenlandia al centro del rebus
La campagna elettorale, che pure aveva visto contrapposte le tradizionali visioni su economia e welfare, è stata di fatto ridisegnata dalla politica estera. Le mire statunitensi sulla Groenlandia, divenute un tema caldo dopo le ripetute dichiarazioni di Trump, hanno spostato l’asse del dibattito pubblico verso questioni di sovranità nazionale che solitamente non appartengono al dibattito elettorale danese. Frederiksen ha saputo giocare questa carta con abilità, presentandosi come la leader capace di tenere testa alla superpotenza americana, e la strategia ha pagato almeno in termini di immagine, anche se non è bastata a scongiurare l’emorragia di consensi nei grandi centri urbani.
Non sarà tuttavia solo la Groenlandia a fare da sfondo alle prossime trattative. I seggi provenienti dai territori autonomi – due per l’isola artica e due per le Fær Øer – potrebbero rivelarsi decisivi per raggiungere la maggioranza, così come la capacità di Rasmussen di attrarre a sé quei voti fluttuanti che in Danimarca sono tradizionalmente refrattari a schierarsi in modo rigido. Il paese scandinavo si trova così di fronte a uno scenario inedito, dove il futuro del governo dipende dalle scelte di un uomo che, come ironizzava Politico, ha il vezzo di lavarsi i denti con il sapone.




