La parabola discendente dei socialdemocratici danesi: tra crollo storico e nuove dinamiche di potere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quadro politico danese ha subìto una scossa tellurica, con i socialdemocratici della premier Mette Frederiksen che, pur mantenendo il primato di partito più votato, registrano una contrazione storica dei consensi. Secondo i primi exit poll diffusi ieri sera dalla televisione pubblica Dr, il partito della premier uscente si attesterebbe poco sopra la soglia del 19%, un risultato, questo, che rappresenta il peggiore dal lontano 1901. Il calcolo politico di Frederiksen, che aveva puntato su una campagna elettorale incentrata sulla sicurezza e sulle politiche di welfare, si è rivelato fallimentare. A pagare il prezzo più alto è stata la sua leadership, con un elettorato che sembra aver premiato la discontinuità rispetto a un governo che, tra scandali e scelte impopolari, ha perso pezzi per strada.

L’ago della bilancia si chiama Rasmussen

L’analisi dei dati provenienti dalle sezioni di Copenaghen e dei principali centri urbani restituisce l’immagine di un Parlamento frammentato, dove nessun blocco tradizionale riesce a raggiungere i 90 seggi necessari per governare. A rompere gli equilibri tra il blocco rosso di centrosinistra e quello blu di centrodestra è stato Lars Løkke Rasmussen, l’ex premier che, con il suo movimento di “estremo centro” – i Moderati – ha raccolto circa l’8% delle preferenze, portando in dote 14 deputati. L’ex capo del governo, che già in passato aveva retto le sorti del Regno, si trova ora nelle condizioni di dettare legge. La sua posizione, ambiguamente sospesa tra la volontà di sostenere un governo stabile e la necessità di non schierarsi con nessuno dei due blocchi, lo rende il vero dominus di questa fase politica; un ruolo, quello di ago della bilancia, che lo proietta al centro delle prossime, complesse trattative per la formazione dell’esecutivo.

Le ragioni del tracollo e il sorpasso della destra liberale

La batosta subita dai socialdemocratici, che hanno perso oltre otto punti percentuali rispetto alle precedenti consultazioni, trova le sue radici in una combinazione di fattori. Da un lato, lo “scandalo dei visoni” – l’abbattimento di milioni di animali durante la pandemia – ha minato la fiducia nell’operato del governo, un’ombra lunga che ha accompagnato la premier durante tutta la campagna elettorale. Dall’altro, i liberali di Venstre, pur ottenendo un risultato al di sotto delle aspettative con meno del 10%, hanno dimostrato una capacità di penetrazione nelle aree rurali che ha eroso il tradizionale bacino di voti socialdemocratico. Il ministro della Difesa uscente, Troels Lund Poulsen, ha così contribuito a ridisegnare i confini di un centrodestra che, pur sconfitto nei numeri, esce dalle urne con una rinnovata consapevolezza della propria forza.

Un panorama politico in cerca di stabilità

La configurazione emersa dalle urne restituisce l’immagine di un paese polarizzato, ma paradossalmente costretto a cercare sintesi al centro. Le proiezioni, elaborate sulla base dei primi conteggi, indicano che il blocco di sinistra, pur rimanendo in vantaggio, si trova lontano dalla maggioranza assoluta, mentre il fronte opposto arranca. In questo quadro di stallo, il ruolo dei Moderati di Rasmussen diventa strutturale. Le prossime settimane saranno decisive per capire se Frederikker riuscirà a invertire la rotta e a trovare un accordo con i suoi ex avversari, o se si aprirà la strada a un governo di larghe intese che bypassi le tradizionali appartenenze di schieramento. Quel che è certo, alla luce dei flussi elettorali, è che la storica egemonia socialdemocratica ha mostrato crepe profonde, segnando l’inizio di una nuova fase politica per il Regno di Danimarca.

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