Il dominus del Regno: perché Lars Løkke Rasmussen tiene in pugno la Danimarca post-elezioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Se c’è un uomo che, in questo momento, può permettersi di ridere dei titoli poco lusinghieri che gli sono stati dedicati, quello è Lars Løkke Rasmussen. Non era certo un complimento l’articolo con cui, qualche giorno fa, il sito Politico lo descriveva come il politico che si lava i denti con il sapone, ma la profezia, a conti fatti, rischia di rivelarsi sorprendentemente azzeccata. Mentre i dati ufficiali delle elezioni legislative danesi, sebbene ancora parziali, dipingono il quadro di un parlamento frammentato, emerge con chiarezza il ruolo di unico vero arbitro del futuro esecutivo: proprio lui, l’ex premier liberale, ora alla guida dei Moderati.

Il verdetto delle urne ha consegnato un sostanziale pareggio tra i due blocchi tradizionali, il “rosso” e il “blu”, con una forbice che i primi exit poll, diffusi ieri sera dalla televisione pubblica DR, collocavano in una manciata di seggi di scarto. In questo equilibrio instabile, il partito di Rasmussen – che si definisce di “estremo centro” – si candida a detenere le chiavi della Reggia di Christiansborg. Con una percentuale che si aggira intorno all’8% e una quindicina di deputati, i Moderati diventano il classico ago della bilancia, l’elemento senza il quale nessuna maggioranza può reggersi.

A pagare il prezzo più alto di questa frammentazione è stata la premier uscente, Mette Frederiksen. Il suo calcolo politico, quello di presentarsi agli elettori come la leader dell’unità nazionale dopo anni segnati dalla gestione della pandemia e dalle tensioni geopolitiche legate alla Groenlandia, ha subito una battuta d’arresto significativa. I dati diffusi nella notte parlano chiaro: il Partito socialdemocratico ha incassato una sonora batosta, scivolando ben al di sotto della soglia psicologica del 20% in alcuni rilevamenti, un risultato che – secondo le prime proiezioni – rappresenterebbe il peggior livello di consenso dalla fine dell’Ottocento.

La débâcle socialdemocratica e il peso dell’immigrazione

“Ci aspettavamo di perdere terreno, perché è normale quando ci si presenta per la terza volta”, ha dichiarato Frederiksen a margine dello spoglio, cercando di minimizzare la portata del crollo. “Naturalmente mi dispiace che non abbiamo ottenuto più voti”, ha aggiunto, in un tentativo di tenere unito il partito dopo una notte che ha visto i socialdemocratici toccare il fondo. Con un consenso oscillante tra il 19,2% e il 21,9% a seconda delle diverse rilevazioni, il partito che ha dominato la scena politica danese per decenni si ritrova a dover fare i conti con un’emorragia di consensi che non si registrava da oltre un secolo.

Non è andata meglio per i liberali di Venstre, la storica formazione di centro-destra guidata dall’attuale ministro della Difesa, Troels Lund Poulsen. Anche per loro le prime stime parlano di un risultato da dimenticare, con un consenso che non raggiunge la doppia cifra, segnando il peggior risultato di sempre per il partito. Un doppio k.o., dunque, per i due principali contendenti, che ha spalancato le porte a una nuova stagione di negoziati complessi.

In questo contesto, l’unico dato certo è il trionfo di Lars Løkke Rasmussen, che dimostra come la sua scommessa sul centrismo possa rivelarsi vincente. Dopo aver abbandonato Venstre per fondare i Moderati, l’ex premier si è ritagliato uno spazio politico preciso, presentandosi come il garante della stabilità in un sistema politico sempre più polarizzato. La sua capacità di parlare tanto con il blocco di sinistra quanto con quello di destra lo trasforma nel factotum della situazione, nell’uomo che, di fatto, deciderà chi siederà al prossimo governo.

Non si è trattato di un’affermazione plebiscitaria, ma di una strategia che ha funzionato: in un’aula parlamentare senza una maggioranza chiara, il suo gruppo diventa indispensabile. Le sue posizioni pragmatiche, spesso criticate per la mancanza di una linea ideologica netta, si sono rivelate un’assicurazione per gli elettori stanchi degli scontri frontali tra i due poli. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se Frederiksen tenterà di restare al potere con un esecutivo allargato che includa proprio i Moderati, o se invece si aprirà la strada per un governo di centrodestra che, in ogni caso, difficilmente potrà fare a meno del sostegno di Rasmussen.

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