La Danimarca cerca un governo e il re è Lars Løkke Rasmussen, l’uomo che si lava i denti con il sapone
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Redazione Esteri
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Non era certo un Titolo lusinghiero, quello che qualche giorno fa il sito Politico dedicava al leader centrista Lars Løkke Rasmussen, eppure alla fine della lunga notte elettorale danese potrebbe rivelarsi persino profetico. Le legislative di ieri, chiuse con un sostanziale testa a testa tra il blocco “rosso” e quello “blu” (84 seggi contro 77 a favore dei progressisti di sinistra), hanno di fatto consegnato le chiavi del palazzo a un uomo che, nei suoi anni da primo ministro, si era già distinto per la capacità di navigare le correnti più imprevedibili del panorama politico scandinavo. A deciderlo, stavolta, sarà lui: l’ex premier di centro destra che oggi guida il partito di “estremo centro” – i Moderati – con un consenso che sfiora l’8% e una delegazione di 14 deputati pronti a fare da ago della bilancia.
Un testa a testa senza vincitori, solo un arbitro con il sapone tra i denti
Il calcolo politico della premier uscente Mette Frederiksen, a giudicare dai primi exit poll diffusi ieri sera alle 20 dalla televisione statale danese Dr, si è rivelato sostanzialmente sbagliato. I socialdemocratici, che pure restano il primo partito del paese, hanno incassato una sonora batosta: sotto il 20%, con un crollo di oltre otto punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni, un risultato che – secondo gli analisti della stessa emittente pubblica – rappresenta il peggior dato dalla lontana tornata del 1901. Non è andata meglio all’altro grande candidato del blocco borghese: i liberali di Venstre, guidati dal ministro della Difesa uscente Troels Lund Poulsen, non hanno raggiunto nemmeno il fatidico 10%, segnando il loro minimo storico. In mezzo a questo duello tra due giganti che perdono colpi, la figura di Lars Løkke Rasmussen – che nel frattempo ha fondato i Moderati dopo aver lasciato proprio Venstre – si staglia come quella del vero dominus della futura geografia politica del Regno.
L’errore di valutazione della premier e il ritorno del costruttore di compromessi
La campagna elettorale di Frederiksen, incentrata su una narrazione di sicurezza e stabilità in un’epoca segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi energetica, aveva tentato di cavalcare un presunto “effetto Trump”, quel ritorno dei conservatori negli Stati Uniti capace di coagulare il voto progressista in Europa. Ma il tentativo di trasformare il voto in un referendum sulla sua gestione della pandemia e sulle polemiche relative all’abbattimento dei visoni – una vicenda che ne aveva minato la credibilità – non ha retto il confronto con la realtà dei sondaggi. Gli elettori, di fatto, hanno punito la sua maggioranza, riducendola a una minoranza di fatto, e hanno premiato la capacità di Rasmussen di presentarsi come il candidato della moderazione e della concretezza. Quel vecchio liberale capace di allearsi tanto con la sinistra quanto con la destra, e che in passato aveva già ricoperto l’incarico di primo ministro, si ritrova ora nella posizione di poter dettare le condizioni per la nascita del prossimo esecutivo.
I numeri di una sconfitta annunciata e le conseguenze sullo scacchiere nordico
Se i dati confermeranno il sostanziale equilibrio emerso ieri sera, il blocco rosso – composto da socialdemocratici, socialisti popolari e partiti della sinistra radicale – si fermerebbe a quota 84 seggi, contro i 77 del blocco blu di liberali e conservatori. Un divario che, seppur favorevole a Frederiksen, è troppo risicato per garantirle una riconferma senza passare per le mani di Rasmussen. I Moderati, con i loro 14 deputati, rappresentano l’unica forza capace di far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra, o forse di costruire quella grande coalizione di centro che lo stesso Rasmussen ha sempre auspicato. In questo scenario, il leader centrista si è già affrettato a precisare, in una breve dichiarazione rilasciata ai giornalisti riuniti nella sede del partito, che intende “parlare con tutti”, senza preclusioni ideologiche. L’incognita, a questo punto, non è più chi vincerà le elezioni, ma quali saranno i confini di un accordo di governo che dovrà necessariamente passare attraverso la sua mediazione.
La cronaca di una notte che cambia le alleanze e restituisce centralità al “centro”
Le riunioni informali tra i capigruppo sono già iniziate nella tarda serata di ieri, con Frederiksen che ha riconosciuto la sconfitta nei numeri, pur rivendicando la tenuta del suo partito come primo polo del paese. Ma la vera partita si giocherà nei prossimi giorni, quando Rasmussen siederà al tavolo delle trattative forte di un mandato che gli elettori gli hanno consegnato con un voto netto: quello di essere il solo a poter risolvere l’impasse. Per la Danimarca, abituata ai governi di minoranza e alle alleanze trasversali, si apre una fase di negoziati complessi, dove il ruolo di chi si lava i denti con il sapone – per riprendere la metafora poco elegante di Politico – potrebbe diventare quello di chi, alla fine, avrà l’ultima parola sul programma e sugli equilibri del prossimo esecutivo. I socialdemocratici, pur vincendo la sfida aritmetica, hanno perso la battaglia politica: il loro futuro, ora, dipende da quell’uomo dal sorriso ambiguo che loro stessi avevano tentato di marginalizzare.




