La Spagna revoca formalmente l’ambasciatrice in Israele, la sede di Tel Aviv resta vacante
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Redazione Esteri
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Il governo spagnolo, riunitosi in Consiglio dei ministro nella giornata di martedì, ha deliberato la revoca formale di Ana Maria Salomon Perez dall’incarico di ambasciatrice in Israele, un provvedimento che era nell’aria ormai dallo scorso settembre e che è stato ufficializzato con la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale dello Stato, dove si dà conto della decisione adottata su proposta del ministro degli Esteri José Manuel Albares, e con la firma del re Felipe VI, il quale ha voluto comunque rivolgere un ringraziamento formale alla diplomatica per i servizi prestati durante il suo mandato, iniziato nel luglio del 2021.
Le radici profonde di una crisi diplomatica che si trascina da mesi
La misura, che lascia di fatto vacante la rappresentanza spagnola a Tel Aviv abbassandone il livello a un incaricato d’affari, rappresenta l’epilogo di un deterioramento dei rapporti bilaterali che aveva già portato al richiamo in patria della Salomon nel settembre del 2025, quando Madrid decise di prendere le distanze da quelle che definì “accuse calunniose” nei confronti di esponenti del governo Sanchez, e segna un’ulteriore tappa nell’inasprimento delle relazioni seguito al riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina da parte della Spagna, avvenuto nell’aprile di due anni fa assieme ad altri paesi europei come Norvegia e Irlanda, una mossa che aveva scatenato le ire del governo di Benjamin Netanyahu il quale, già nel 2024, aveva richiamato il proprio ambasciatore da Madrid, Rodica Radian-Gordon, senza peraltro procedere alla nomina di un successore, cosicché da allora anche la rappresentanza israeliana nella capitale iberica è affidata a un incaricato d’affari.
Un confronto che si inserisce in uno scenario mediorientale incandescente
Questa decisione, che alcuni osservatori leggono come una misura di reciprocità nei confronti di Israele, giunge in un frangente in cui la crisi mediorientale ha raggiunto livelli di tensione inauditi, con le immagini degli attacchi missilistici che hanno colpito Teheran lo scorso 28 febbraio ancora impresse nelle menti di tutti: in quella circostanza, un’operazione congiunta condotta da Stati Uniti e Israele ha preso di mira obiettivi strategici nella capitale iraniana, causando centinaia di vittime, tra cui la stessa Guida suprema Ali Khamenei, alla cui successione è subentrato il figlio Mojtaba, mentre proseguono gli scontri e le ripercussioni in tutta l’area, con un bilancio di vittime in continua evoluzione. L’attacco militare, pianificato da mesi e giustificato dall’amministrazione Trump come necessario per impedire a Teheran di dotarsi di un’arma atomica, ha di fatto spazzato via i fragili spiragli diplomatici emersi solo due giorni prima a Ginevra, dove i negoziati mediati dall’Oman avevano fatto registrare quella che il ministro degli Esteri del sultanato, Badr Albusaidi, aveva definito “un’apertura senza precedenti a nuove idee e soluzioni creative” per un accordo sul programma nucleare, nonostante il presidente americano si fosse detto insoddisfatto dell’andamento del colloqui.
Il valico di Rafah e le conseguenze di una frattura che sembra ormai insanabile
In questo contesto di fuoco incrociato, che vede l’Iran promettere ritorsioni contro gli interessi statunitensi e israeliani nella regione e il Consiglio di sicurezza dell’Onu riunito per votare una risoluzione presentata dal Bahrein che condanna gli attacchi di Teheran ai danni di diversi paesi arabi, si inserisce la mossa unilaterale di Madrid, la quale, al netto delle posizioni critiche assunte da Sanchez nei confronti dell’operato israeliano nella Striscia di Gaza e del voto parlamentare che ha introdotto un embargo totale sulle armi a Tel Aviv, si trova ora a dover fare i conti con una sede diplomatica scoperta proprio mentre il valico di Rafah, fondamentale per l’ingresso degli aiuti umanitari, rimane sostanzialmente chiuso o operativo solo in via sperimentale e sotto la supervisione dell’Unione Europea. La Spagna, che con questa revoca si allinea ad altre nazioni europee critiche verso la condotta del governo Netanyahu, si ritrova così con un rappresentante di minor rango a Tel Aviv, in attesa che le acque si calmino e che si possa eventualmente procedere alla nomina di un nuovo ambasciatore, una prospettiva che appare tuttavia remota fintantoché permarranno le attuali divergenze politiche e, sullo sfondo, continuerà a infuriare un conflitto dalle proporzioni e dalle conseguenze geopolitiche ancora tutte da decifrare.




