La produttività italiana fatica a ripartire, tra dati Istat e polemiche sindacali

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I nuovi dati Istat sulla produttività, che coprono il trentennio dal 1995 al 2024, dipingono un quadro di persistente difficoltà per il sistema economico nazionale, il cui motore sembra continuare a ingranare a fatica. Le misurazioni, che restano uno strumento imprescindibile per valutare l’efficienza e la capacità di crescita di un Paese, mostrano infatti come l’ultimo anno sia stato segnato da un ulteriore rallentamento, pur in una fase in cui il calo – rispetto al 2023 – risulta meno marcato. La fotografia scattata dall’Istituto di statistica, del resto, non lascia molto spazio all’ottimismo, poiché conferma una dinamica complessivamente negativa che tiene l’Italia distante dalle principali economie europee, un divario strutturale che le politiche degli ultimi decenni non sono riuscite a colmare. Mentre la classe dirigente si interroga su come invertire una rotta ormai pluridecennale, il dibattito pubblico viene spesso attraversato da posizioni che, come dimostrato nel caso del fiscal drag, divergono platealmente dalle analisi degli enti di ricerca più accreditati.

Un 2024 di debolezza nonostante alcuni segnali contrastanti

Nel dettaglio, il rapporto indica che nel 2024 il valore aggiunto dei settori di mercato è cresciuto dello 0,4% in volume, un dato che segna una decelerazione rispetto allo 0,8% dell’anno precedente e che si scontra con un aumento delle ore lavorate pari al 2,3%. È proprio questo divario a determinare il calo della produttività del lavoro, scesa dell’1,9%, un miglioramento rispetto al -2,7% del 2023 ma pur sempre un segnale di debolezza. Parallelamente, anche la produttività totale dei fattori, misura che considera l’efficienza congiunta di lavoro e capitale, registra una flessione dell’1,2%. Non mancano, tuttavia, elementi di potenziale sviluppo: crescono in maniera sostenuta, seppur partendo da basi ridotte, gli investimenti in capitale ICT e in quello immateriale non-ICT, mentre l’input di capitale complessivo segna una lieve diminuzione della sua crescita, attestandosi a un +0,5%.

Il rumore del conflitto sociale sullo sfondo dei numeri

Su questo scenario tecnico, che parla un linguaggio asettico di percentuali e indici, si staglia il conflitto sociale portato avanti dalla Cgil, il cui segretario generale Maurizio Landini continua a proclamare scioperi generali contro il governo. Le sue argomentazioni, come quella relativa alla presunta penalizzazione dei lavoratori dipendenti a causa del "fiscal drag", sono state però smentite da fonti autorevoli quali la Banca d’Italia e la Banca centrale europea, le quali hanno evidenziato come gli interventi di riduzione delle aliquote e di decontribuzione abbiano compensato le perdite di potere d’acquisto. Una contestazione, quella del leader sindacale, che procede senza fornire confutazioni dettagliate agli studi di quei centri di ricerca, e che finisce per amplificare un dibattito spesso lontano dai dati di realtà.

Il ritardo storico e la sfida per il futuro

L’analisi di lungo periodo, che l’Istat offre con la sua serie storica, è fondamentale per comprendere la profondità del ritardo italiano. La bassa produttività non è un fenomeno congiunturale, ma una caratteristica strutturale che limita la competitività e le prospettive di crescita del Paese, mantenendo un forte divario con la media dell’Unione europea. Gli investimenti in tecnologia e capitale immateriale, sebbene in aumento, appaiono ancora insufficienti a trainare un cambiamento di passo decisivo. La situazione odierna, dunque, impone una riflessione che vada al di là delle mere contingenze politiche o delle strumentali polemiche, per concentrarsi sulle politiche industriali, formative e sugli incentivi agli investimenti che possano finalmente dare una svolta a trend così consolidati e negativi.

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