Istat smentisce Meloni sulla crescita "record" dei salari: produttività in picchiata e occupazione fragile
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Redazione Interno
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L’Istat ha fornito dati che contraddicono le affermazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni riguardo alla presunta ripresa dei salari in Italia. Se è vero che, come sostenuto dal governo, nel 2022 le retribuzioni erano inferiori rispetto al 2013 – mentre nel resto dell’Ue aumentavano –, il confronto risulta distorto, poiché non tiene conto dell’inflazione accumulata in quel decennio. Ma il problema, come emerge dal rapporto annuale, è più profondo: l’economia italiana continua a basarsi su un modello che privilegia il lavoro a basso costo anziché l’innovazione, con conseguenze drammatiche su produttività e potere d’acquisto.
L’occupazione, in crescita dell’1,6% nel 2024, si concentra soprattutto in settori a basso valore aggiunto, come le costruzioni, il turismo e i servizi alla persona. Settori che, pur assorbendo manodopera, non generano ricchezza sufficiente a trainare l’economia. Il risultato è un Pil per occupato in caduta libera: -5,8% negli ultimi 25 anni, mentre Francia, Germania e Spagna registravano incrementi tra l’11 e il 12%. Un divario che spiega perché i salari reali abbiano perso oltre il 10% del loro valore in soli cinque anni.
"L’Italia è ferma su un modello economico che non valorizza il lavoro", ha denunciato Vera Buonomo, segretaria confederale della Uil, commentando il rapporto Istat. Il rischio, già evidente, è che il Paese si trasformi in un’economia a basso costo, incapace di competere sui mercati globali se non attraverso la compressione dei redditi. Intanto, cresce l’emigrazione dei laureati, mentre l’aumento degli occupati over 50 – seppur positivo – nasconde un mercato del lavoro sempre più polarizzato, con poche opportunità per i giovani e troppi impieghi poco qualificati.




